Sempre sul tema Giovani e cultura, riporto da Indie Trend:
"Giovani e cultura. Un accostamento che in Italia è sempre più difficile da realizzare"
Scrive Benedetta Guerriero su il Giorno: "La crisi e le promesse di una ripresa, che non accenna a
manifestarsi, spingono i ragazzi a orientarsi verso studi scientifici ed
economici, in grado di garantire un futuro più sicuro. Ma, se è vero
che per necessità molti abbandonano sogni e velleità artistiche, è
altrettanto forte nei ragazzi il desiderio di creare e sperimentare."
I dati relativi all'anno appena passato sugli accessi alla Triennale di
Milano non lasciano dubbi in proposito: nel corso del 2012 sono stati
430mila i visitatori che sono passati per uno dei poli espositivi più
importanti della città, di questi più del 25 per cento sono studenti con un’età
compresa tra i 19 e i 25 anni.
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lunedì 1 aprile 2013
lunedì 25 febbraio 2013
Stefano Lucchini presenta la T-Card: studenti gratis in Triennale
Per tutto il 2013, ingresso gratis alla Triennale per gli “studenti della creatività”, ovvero quelli che seguono un corso di architettura, urbanistica, ingegneria, design, moda, cinema, arte, economia della cultura, comunicazione o grafica.
L'accesso è garantito grazie a una T-card, sponsorizzata da Eni, il museo del design offre infatti un numero illimitato di accessi a oltre 90mila ragazzi iscritti in 29 atenei o scuole di alta formazione di Milano e dintorni. In particolare del quadrilatero Torino-Milano-Verona-Bologna, secondo la regola della raggiungibilità di Palazzo Alemagna in un’ora. Per ottenere la card i ragazzi dovranno semplicemente presentarsi alla biglietteria del museo. L’ iniziativa è a carico di Eni, che non rivela l’entità dell’ investimento ma si limita a precisare che il 90 per cento delle sponsorizzazioni dell’ azienda va a progetti culturali».
Stefano Lucchini, Direttore Relazioni Esterne e Internazionali di Eni, ha sottolineato l’importanza della formazione e dello studio per i ragazzi.
“Quello che imparate oggi, vi servirà per il futuro”, ha affermato Lucchini nel corso dell’incontro a cui hanno preso parte anche i rettori e i direttori dei corsi delle principali università milanesi che hanno accolto l’iniziativa con entusiasmo.
Per ottenere la Eni T-card lo studente che appartiene alle università, accademie o scuole post diploma nell’elenco si può recare alla Triennale fino a domenica 30 marzo 2013, munito del libretto o del badge universitario e di un documento di identità, e ritirare il form di registrazione che, una volta compilato, gli permetterà di ricevere in pochi minuti la sua card (la tessera è strettamente nominale). E la Triennale, che continua a definirsi come “una fabbrica della cultura”, a soli tre anni dal 2010, quando era stata dichiarata una perdita di crica un milione e 300mila euro, sembra anche aver risolto i problemi di bilancio, preparandosi a un 2013 ricco di eventi e mostre che gli studenti potranno visitare gratuitamente.
L'accesso è garantito grazie a una T-card, sponsorizzata da Eni, il museo del design offre infatti un numero illimitato di accessi a oltre 90mila ragazzi iscritti in 29 atenei o scuole di alta formazione di Milano e dintorni. In particolare del quadrilatero Torino-Milano-Verona-Bologna, secondo la regola della raggiungibilità di Palazzo Alemagna in un’ora. Per ottenere la card i ragazzi dovranno semplicemente presentarsi alla biglietteria del museo. L’ iniziativa è a carico di Eni, che non rivela l’entità dell’ investimento ma si limita a precisare che il 90 per cento delle sponsorizzazioni dell’ azienda va a progetti culturali».
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| Stefano Lucchini, Direttore Relazioni Esterne e Internazionali di Eni |
“Quello che imparate oggi, vi servirà per il futuro”, ha affermato Lucchini nel corso dell’incontro a cui hanno preso parte anche i rettori e i direttori dei corsi delle principali università milanesi che hanno accolto l’iniziativa con entusiasmo.
Per ottenere la Eni T-card lo studente che appartiene alle università, accademie o scuole post diploma nell’elenco si può recare alla Triennale fino a domenica 30 marzo 2013, munito del libretto o del badge universitario e di un documento di identità, e ritirare il form di registrazione che, una volta compilato, gli permetterà di ricevere in pochi minuti la sua card (la tessera è strettamente nominale). E la Triennale, che continua a definirsi come “una fabbrica della cultura”, a soli tre anni dal 2010, quando era stata dichiarata una perdita di crica un milione e 300mila euro, sembra anche aver risolto i problemi di bilancio, preparandosi a un 2013 ricco di eventi e mostre che gli studenti potranno visitare gratuitamente.
lunedì 1 ottobre 2012
Salvatore Sardo: la collaborazione con il mondo accademico supporta la crescita del business
Salvatore Sardo ha tenuto un intervento su “Lo sviluppo del know-how e la collaborazione con il mondo accademico a supporto della crescita del business di eni” in occasione della presentazione della nuova cattedra in Bocconi di cui ho parlato del post di venerdì.
Il testo completo dello speech è pubblicato sul sito Eni e visibile a questa url: http://www.eni.com/it_IT/attachments/media/discorsi-interviste/Discorso_dott_Sardo_Bocconi-rev_27_09_12_new.pdf.
La tematica è quella "dello sviluppo e della diffusione del know-how declinata nei suoi elementi costitutivi: formazione, ricerca e innovazione tecnologica".
I volumi degli investimenti nel settore oil & gas, spiega Salvatore Sardo, sono "di tale entità che necessitano di una gestione complessiva improntata alla massima diligenza e richiedono una formidabile capacità di analisi, valutazione e decisione. Si tenga anche conto dei rilevanti cambiamenti in essere nel nostro settore che operano rotture rispetto ai modi di pensare e operare consolidati e che rendono decisivo l’apporto umano in termini di competenze e know-how.
Di qui l’accento che eni pone sulla ricerca, sullo sviluppo e la diffusione della conoscenza e sulla formazione."
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Salvatore Sardo Chief Corporate Operations Officer Eni |
venerdì 28 settembre 2012
Eni Chair in Energy Markets: Eni investe ancora in Università e Ricerca
Finalmente una buona notizia per il mondo della ricerca e dell'Università!
Una società privata, Eni, partner strategico dell’Università Bocconi di Milano dal 2007, promuove la nascita di una nuova cattedra dedicata allo studio e all'analisi del mercato dell’energia, trattata sia in ambito didattico che in ambito di ricerca. Grazie a questo corso, Eni potrà beneficare di un dialogo continuo, privilegiato e qualificato nell’ambito dell’energia e delle altre aree a essa collegate.
Salvatore Sardo, Chief Corporate Operations Officer Eni, Guido Tabellini, Rettore Università Bocconi, Michele Polo, Direttore dello IEFE Bocconi ( Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente), Jonathan Stern, presidente Natural Gas Research Program presso l’Oxford Institute for Energy Studies e Guido Bortoni, presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, terranno la Lectio Inauguralis dell'Eni Chair in Energy Markets.
L'appuntamento è per lunedì 1 ottobre, alle ore 11.30, presso l’Aula Magna dell'Università Bocconi, in via Gobbi 5 a Milano.
Una società privata, Eni, partner strategico dell’Università Bocconi di Milano dal 2007, promuove la nascita di una nuova cattedra dedicata allo studio e all'analisi del mercato dell’energia, trattata sia in ambito didattico che in ambito di ricerca. Grazie a questo corso, Eni potrà beneficare di un dialogo continuo, privilegiato e qualificato nell’ambito dell’energia e delle altre aree a essa collegate.
Salvatore Sardo, Chief Corporate Operations Officer Eni, Guido Tabellini, Rettore Università Bocconi, Michele Polo, Direttore dello IEFE Bocconi ( Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente), Jonathan Stern, presidente Natural Gas Research Program presso l’Oxford Institute for Energy Studies e Guido Bortoni, presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, terranno la Lectio Inauguralis dell'Eni Chair in Energy Markets.
L'appuntamento è per lunedì 1 ottobre, alle ore 11.30, presso l’Aula Magna dell'Università Bocconi, in via Gobbi 5 a Milano.
sabato 23 giugno 2012
Il caso Pontremoli: è giusto bocciare un bimbo in prima elementare?
L'Istituto «Giulio Tifoni» di Pontremoli (Massa Carrara) è al centro della bufera dopo la bocciatura di cinque bambini di prima elementare.
Prima la protesta dei genitori dei bimbi, che una volta letti i risultati di fine anno hanno deciso di fare ricorso contro i provvedimenti e di chiedere i danni al ministero e al corpo docenti. Poi l'intervento del comitato dei genitori, poiché uno dei piccoli che non ce l'ha fatta ad arrivare in seconda è disabile, mentre tre sono extracomunitari.
Ma non solo questo. Nel corso dell'anno una delle mamme ha portato avanti un ricorso al Tar (poi vinto) in cui veniva denunciato l’elevato numero di alunni nelle due sezioni scolastiche del “caso” in questione. Ora si pensa alla class action.
E dopo essere finita sui giornali locali, la storia si è spostata nelle aule parlamentari. E' il Partito Democratico, che per mezzo la capogruppo in commissione Cultura della Camera Maria Coscia, fa sapere che è stata presentata un’interrogazione urgente in riferimento alla vicenda «per capire quali sono le ragioni che hanno spinto gli insegnanti, contro ogni principio pedagogico di ragionevolezza e buon senso, alla bocciatura». Messaggio recepito dal ministro che «sta facendo delle verifiche e naturalmente opererà nel migliore dei modi». E' l'annuncio dello stesso Profumo che, a margine della Giornata nazionale dell'innovazione, ha risposto ai cronisti che gli chiedevano un commento sulla vicenda.
Del caso di Pontremoli sentiremo ancora parlare nei prossimi giorni, dunque. Nel frattempo, a discuterne sono i diretti protagonisti della vicenda. A difendere scuola e docenti è sceso in campo il sindaco della cittadina toscana, Lucia Baracchini, che è dirigente scolastico in un altro comune della zona: «La bocciatura è un modo di garantire requisiti essenziali allo svolgimento di un percorso scolastico corretto, senza dimenticare che la priorità della scuola è il bambino e la sua istruzione».
La scelta degli insegnanti di far ripetere l'anno ai piccoli è condivisa anche daAngelo Ferdani, preside della «Giulio Tifoni» di Pontremoli:
«Per il loro bene e seguendo una normativa ministeriale che lo prevede le insegnanti hanno scelto all’unanimità di far ripetere loro l’anno Può succedere che per immaturità gli alunni abbiano bisogno di più tempo per apprendere e in questi casi è capitato. Siamo stati molto combattuti e ci dispiace ma io stesso ho fatto visita alla classe e seguito i bambini in alcune prove. Non sono capaci di scrivere una frase minima sotto dettatura. Per quel che riguarda il bambino disabile la decisione è stata presa da un gruppo di esperti, mentre per quel che riguarda gli stranieri non è stata la poca conoscenza della lingua italiana ad essere d’intralcio all’apprendimento. In alcuni casi poi, si tratta di bambini anticipatari, cioè iscritti alle elementari un anno prima degli altri».
(da fanpage.it)
Prima la protesta dei genitori dei bimbi, che una volta letti i risultati di fine anno hanno deciso di fare ricorso contro i provvedimenti e di chiedere i danni al ministero e al corpo docenti. Poi l'intervento del comitato dei genitori, poiché uno dei piccoli che non ce l'ha fatta ad arrivare in seconda è disabile, mentre tre sono extracomunitari.
Ma non solo questo. Nel corso dell'anno una delle mamme ha portato avanti un ricorso al Tar (poi vinto) in cui veniva denunciato l’elevato numero di alunni nelle due sezioni scolastiche del “caso” in questione. Ora si pensa alla class action.
E dopo essere finita sui giornali locali, la storia si è spostata nelle aule parlamentari. E' il Partito Democratico, che per mezzo la capogruppo in commissione Cultura della Camera Maria Coscia, fa sapere che è stata presentata un’interrogazione urgente in riferimento alla vicenda «per capire quali sono le ragioni che hanno spinto gli insegnanti, contro ogni principio pedagogico di ragionevolezza e buon senso, alla bocciatura». Messaggio recepito dal ministro che «sta facendo delle verifiche e naturalmente opererà nel migliore dei modi». E' l'annuncio dello stesso Profumo che, a margine della Giornata nazionale dell'innovazione, ha risposto ai cronisti che gli chiedevano un commento sulla vicenda.
Del caso di Pontremoli sentiremo ancora parlare nei prossimi giorni, dunque. Nel frattempo, a discuterne sono i diretti protagonisti della vicenda. A difendere scuola e docenti è sceso in campo il sindaco della cittadina toscana, Lucia Baracchini, che è dirigente scolastico in un altro comune della zona: «La bocciatura è un modo di garantire requisiti essenziali allo svolgimento di un percorso scolastico corretto, senza dimenticare che la priorità della scuola è il bambino e la sua istruzione».
La scelta degli insegnanti di far ripetere l'anno ai piccoli è condivisa anche daAngelo Ferdani, preside della «Giulio Tifoni» di Pontremoli:
«Per il loro bene e seguendo una normativa ministeriale che lo prevede le insegnanti hanno scelto all’unanimità di far ripetere loro l’anno Può succedere che per immaturità gli alunni abbiano bisogno di più tempo per apprendere e in questi casi è capitato. Siamo stati molto combattuti e ci dispiace ma io stesso ho fatto visita alla classe e seguito i bambini in alcune prove. Non sono capaci di scrivere una frase minima sotto dettatura. Per quel che riguarda il bambino disabile la decisione è stata presa da un gruppo di esperti, mentre per quel che riguarda gli stranieri non è stata la poca conoscenza della lingua italiana ad essere d’intralcio all’apprendimento. In alcuni casi poi, si tratta di bambini anticipatari, cioè iscritti alle elementari un anno prima degli altri».
(da fanpage.it)
martedì 29 maggio 2012
Stipendi dei docenti universitari. L'errore del Giornale
Secondo quanto scrive Francesca Gallacci sul Giornale (26 maggio), i professori universitari italiani, con 13.667 euro mensili lordi al mese, sarebbero i più pagati dell’Unione Europea.
La “notizia” sarebbe basata su un’indagine condotta dal quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (NZZ).
Considerando dodici mensilità, i professori ordinari guadagnerebbero, secondo il Giornale, ben 164.004 € all’anno, cifra che li colloca ai vertici mondiali nel confronto con i colleghi di pari grado di altri paesi.
Qualcosa che non torna... mi pare evidente che la giornalista è caduta in un errore, smontata in modo dettagliato dal sito Roar.
C’è un modo semplice per capire come stanno veramente le cose: consultare la Banca Dati Economica del MIUR (liberamente accessibile dal web)
Ed ecco quali sono davverogli stipendi lordi annuali medi per ciascuna categoria:
90.970 €: Professori Ordinari a tempo pieno
62.980 €: Professori Associati confermati a tempo pieno
75.920 €: Totali Professori
41.200 €: Totali Ricercatori
60.730 €: Totali Professori e ricercatori
Ora, queste retribuzioni potranno sembrarvi o meno troppo alte, ma di certo non si avvicinano neanche lontanamente al dato iperbolico pubblicato dal Giornale, di 164.004 € annui per un professore ordinario.
Ma allora le cifre citate dal Giornale da dove spuntano fuori ?
Andando a leggere la fonte, ovvero l’articolo della Neue Zürcher Zeitung (NZZ), salta all’occhio che gli stipendi sono espressi in franchi. Evidentemente la giornalista ha quindi riportato tali e quali i numeri della NZZ relativi ai professori ordinari, scrivendo che erano in euro quando invece erano in franchi.
Considerando dodici mensilità, i professori ordinari guadagnerebbero, secondo il Giornale, ben 164.004 € all’anno, cifra che li colloca ai vertici mondiali nel confronto con i colleghi di pari grado di altri paesi.
Qualcosa che non torna... mi pare evidente che la giornalista è caduta in un errore, smontata in modo dettagliato dal sito Roar.
C’è un modo semplice per capire come stanno veramente le cose: consultare la Banca Dati Economica del MIUR (liberamente accessibile dal web)
Ed ecco quali sono davverogli stipendi lordi annuali medi per ciascuna categoria:
90.970 €: Professori Ordinari a tempo pieno
62.980 €: Professori Associati confermati a tempo pieno
75.920 €: Totali Professori
41.200 €: Totali Ricercatori
60.730 €: Totali Professori e ricercatori
Ora, queste retribuzioni potranno sembrarvi o meno troppo alte, ma di certo non si avvicinano neanche lontanamente al dato iperbolico pubblicato dal Giornale, di 164.004 € annui per un professore ordinario.
Ma allora le cifre citate dal Giornale da dove spuntano fuori ?
Andando a leggere la fonte, ovvero l’articolo della Neue Zürcher Zeitung (NZZ), salta all’occhio che gli stipendi sono espressi in franchi. Evidentemente la giornalista ha quindi riportato tali e quali i numeri della NZZ relativi ai professori ordinari, scrivendo che erano in euro quando invece erano in franchi.
venerdì 15 ottobre 2010
Università: docenti e ricercatori sfiduciati e offesi
Questa è una lettera che Giulio Ballio, rettore del Politecnico di Milano, una delle migliori scuole pubbliche che abbiamo in Italia, ha inviato agli allievi ed ex-allievi dell'ateneo. Credo che la sua lettura possa essere importante per tutti.
Cara Allieva, Caro Allievo,
In questi ultimi due anni stiamo assistendo a una campagna denigratoria, sempre più intensa e aggressiva, nei riguardi dell’Università italiana e di tutti coloro che onestamente vi operano.
E’ una campagna che rischia di demotivare profondamente tutti noi e soprattutto quei giovani che vi sono entrati da poco o che desiderano entrarvi.
E’ una campagna che può indurre legittimi dubbi in Voi e nelle Vostre famiglie.
Spesso le persone che incontro mi chiedono se è reale il quadro che viene rappresentato dai molti interventi riportati dai media, oppure se stiamo assistendo, forse senza rendercene conto, a un attacco teso a sfiduciare le università statali.
Appare legittimo il dubbio che vi sia il desiderio di sostituire l’ università pubblica con un sistema privato, devastando le aspettative di più di un milione e mezzo di famiglie italiane.
Noi, che siamo allo stesso tempo insegnanti e ricercatori, ci sentiamo profondamente offesi perché ci si vuole delegittimare proprio di fronte alla comunità che abbiamo scelto di servire col nostro lavoro e con i nostri sacrifici.
Questi tentativi di delegittimazione fanno male a tutti noi che crediamo nell’università, che vi lavoriamo per formare e per traghettare Voi giovani dalla scuola secondaria al mondo del lavoro, per fare ricerca e servire il nostro Paese in cui ancora crediamo. Ci fanno perdere l’entusiasmo, ci spingono a fare il minimo richiesto, ci allontanano dalla voglia di operare in un servizio che abbiamo scelto e in cui ancora crediamo. Vogliamo reagire soltanto perché, altrimenti, faremmo il gioco di chi ci vuole distruggere privandoci di quella libertà che, sola, permette di fare ricerca e insegnare a Voi giovani.
In questi giorni si parla di agitazioni dei ricercatori, di richiesta di sospensione delle lezioni, di volontà a non tenere insegnamenti, di rivendicazioni da parte di persone che possono sembrare fortunate perché hanno ancora un lavoro, ma alle quali si sta togliendo quella speranza che li aveva spinti a rinunciare ad attività più remunerative per iniziare quel lavoro che a noi, più vecchi, è sempre parso il più bel lavoro del mondo: fare ricerca e contemporaneamente insegnare ai più giovani.
Le aspettative di carriera dei più giovani sono deluse. Da più di tre anni non sono banditi concorsi per passare da ricercatore a professore associato e da associato a professore ordinario e non si può ragionevolmente prevedere il numero di anni che dovranno ancora passare prima che questi concorsi vengano banditi. Per non invecchiare senza speranza molti giovani valenti stanno vincendo concorsi per posizioni di professore in università straniere e coloro che vanno via non sono sostituiti da colleghi stranieri che desiderino venire a lavorare in Italia.
Ci viene impedito di fare ricerca con colleghi stranieri anche se riusciamo a farci finanziare da enti pubblici o privati perché un nuovo dispositivo legislativo prescrive di spendere in missioni di lavoro meno della metà di quanto speso nel 2009.
Ci viene impedito di continuare a offrire una formazione finora apprezzata dal mondo del lavoro perché un recente decreto ministeriale impone una riduzione di insegnamenti e corsi di laurea, indipendentemente dal numero di allievi iscritti. Forse il nostro Ateneo sarà costretto a ridurre le immatricolazioni oppure a chiudere attività didattiche che fino ad oggi hanno soddisfatto le esigenze dei territori in cui il Politecnico è presente.
Ci viene proposto un Disegno di Legge che, seppur necessario, presenta alcuni punti critici:
Come si fa a gestire un Ateneo o a fare una programmazione adeguata quando ancora oggi non si conosce l’ammontare del finanziamento statale del Politecnico relativo all’anno 2010?
Questa lettera nasce proprio dal desiderio di condividere con Voi questi sentimenti, di chiedere la vostra comprensione, di cercare la vostra solidarietà.
Tutti noi del Politecnico vogliamo continuare la missione che da quasi 150 anni ci è stata affidata, ma non possiamo essere lasciati soli in balia di chi sta usando una falciatrice per fare di tutta l’erba un fascio, incurante di tagliare in un solo passaggio l’erba secca, quella verde e i fiori già cresciuti.
E’ proprio la capacità di distinguere il grano buono dalla gramigna che, insieme a Voi, indipendentemente da ogni fede politica, vorremmo chiedere a questo nostro Paese. Vogliamo che non sia distrutto quanto di buono abbiamo, chiediamo con forza che si investa anche su quanto c’è di buono per renderlo ancora migliore.
Probabilmente molti di Voi si stanno ponendo un certo numero di interrogativi quali ad esempio: Cos’è l’autonomia dell’università? Le università sono tutte uguali? Chi sostiene economicamente le università? Perché i docenti fanno ricerca? Quali sono i doveri che la legge impone ai docenti universitari? Come si recluta un docente universitario? La ricerca italiana è così di basso livello come viene dipinta? E’ vero che le nostre università sono molto indietro nelle classifiche internazionali? I baroni esistono ancora? Il cosiddetto 3+2 è una iattura? Cosa vuol dire titolo legale?
A queste e ad altre domande, che potrete propormi scrivendomi, sarà data una risposta sul sito Polimi nelle prossime settimane.
Cordiali saluti
Giulio Ballio
Cara Allieva, Caro Allievo,
In questi ultimi due anni stiamo assistendo a una campagna denigratoria, sempre più intensa e aggressiva, nei riguardi dell’Università italiana e di tutti coloro che onestamente vi operano.
E’ una campagna che rischia di demotivare profondamente tutti noi e soprattutto quei giovani che vi sono entrati da poco o che desiderano entrarvi.
E’ una campagna che può indurre legittimi dubbi in Voi e nelle Vostre famiglie.
Spesso le persone che incontro mi chiedono se è reale il quadro che viene rappresentato dai molti interventi riportati dai media, oppure se stiamo assistendo, forse senza rendercene conto, a un attacco teso a sfiduciare le università statali.
Appare legittimo il dubbio che vi sia il desiderio di sostituire l’ università pubblica con un sistema privato, devastando le aspettative di più di un milione e mezzo di famiglie italiane.
Noi, che siamo allo stesso tempo insegnanti e ricercatori, ci sentiamo profondamente offesi perché ci si vuole delegittimare proprio di fronte alla comunità che abbiamo scelto di servire col nostro lavoro e con i nostri sacrifici.
Questi tentativi di delegittimazione fanno male a tutti noi che crediamo nell’università, che vi lavoriamo per formare e per traghettare Voi giovani dalla scuola secondaria al mondo del lavoro, per fare ricerca e servire il nostro Paese in cui ancora crediamo. Ci fanno perdere l’entusiasmo, ci spingono a fare il minimo richiesto, ci allontanano dalla voglia di operare in un servizio che abbiamo scelto e in cui ancora crediamo. Vogliamo reagire soltanto perché, altrimenti, faremmo il gioco di chi ci vuole distruggere privandoci di quella libertà che, sola, permette di fare ricerca e insegnare a Voi giovani.
In questi giorni si parla di agitazioni dei ricercatori, di richiesta di sospensione delle lezioni, di volontà a non tenere insegnamenti, di rivendicazioni da parte di persone che possono sembrare fortunate perché hanno ancora un lavoro, ma alle quali si sta togliendo quella speranza che li aveva spinti a rinunciare ad attività più remunerative per iniziare quel lavoro che a noi, più vecchi, è sempre parso il più bel lavoro del mondo: fare ricerca e contemporaneamente insegnare ai più giovani.
Le aspettative di carriera dei più giovani sono deluse. Da più di tre anni non sono banditi concorsi per passare da ricercatore a professore associato e da associato a professore ordinario e non si può ragionevolmente prevedere il numero di anni che dovranno ancora passare prima che questi concorsi vengano banditi. Per non invecchiare senza speranza molti giovani valenti stanno vincendo concorsi per posizioni di professore in università straniere e coloro che vanno via non sono sostituiti da colleghi stranieri che desiderino venire a lavorare in Italia.
Ci viene impedito di fare ricerca con colleghi stranieri anche se riusciamo a farci finanziare da enti pubblici o privati perché un nuovo dispositivo legislativo prescrive di spendere in missioni di lavoro meno della metà di quanto speso nel 2009.
Ci viene impedito di continuare a offrire una formazione finora apprezzata dal mondo del lavoro perché un recente decreto ministeriale impone una riduzione di insegnamenti e corsi di laurea, indipendentemente dal numero di allievi iscritti. Forse il nostro Ateneo sarà costretto a ridurre le immatricolazioni oppure a chiudere attività didattiche che fino ad oggi hanno soddisfatto le esigenze dei territori in cui il Politecnico è presente.
Ci viene proposto un Disegno di Legge che, seppur necessario, presenta alcuni punti critici:
- l’imposizione di forme di governo dell’Ateneo molto diverse da quelle da noi adottate nell’ultimo decennio che ci hanno permesso di crescere nella reputazione internazionale
- l’obbligo di assumere docenti provenienti da altre Università in un paese che fa di tutto per contrastare la mobilità a causa della carenza di servizi erogati
- pesanti incertezze sul destino dei giovani ricercatori che lavorano con noi per la mancanza di una programmazione nella progressione delle loro carriere
- scarsa attrattività della carriera accademica per le nuove generazioni poste di fronte a una serie di contratti a tempo determinato che aumenta il loro senso di precarietà.
Come si fa a gestire un Ateneo o a fare una programmazione adeguata quando ancora oggi non si conosce l’ammontare del finanziamento statale del Politecnico relativo all’anno 2010?
Questa lettera nasce proprio dal desiderio di condividere con Voi questi sentimenti, di chiedere la vostra comprensione, di cercare la vostra solidarietà.
Tutti noi del Politecnico vogliamo continuare la missione che da quasi 150 anni ci è stata affidata, ma non possiamo essere lasciati soli in balia di chi sta usando una falciatrice per fare di tutta l’erba un fascio, incurante di tagliare in un solo passaggio l’erba secca, quella verde e i fiori già cresciuti.
E’ proprio la capacità di distinguere il grano buono dalla gramigna che, insieme a Voi, indipendentemente da ogni fede politica, vorremmo chiedere a questo nostro Paese. Vogliamo che non sia distrutto quanto di buono abbiamo, chiediamo con forza che si investa anche su quanto c’è di buono per renderlo ancora migliore.
Probabilmente molti di Voi si stanno ponendo un certo numero di interrogativi quali ad esempio: Cos’è l’autonomia dell’università? Le università sono tutte uguali? Chi sostiene economicamente le università? Perché i docenti fanno ricerca? Quali sono i doveri che la legge impone ai docenti universitari? Come si recluta un docente universitario? La ricerca italiana è così di basso livello come viene dipinta? E’ vero che le nostre università sono molto indietro nelle classifiche internazionali? I baroni esistono ancora? Il cosiddetto 3+2 è una iattura? Cosa vuol dire titolo legale?
A queste e ad altre domande, che potrete propormi scrivendomi, sarà data una risposta sul sito Polimi nelle prossime settimane.
Cordiali saluti
Giulio Ballio
lunedì 2 agosto 2010
Il 45% dei precari ha solo licenza media, il 17% sono laureati
Quasi un precario su due ha al massimo la licenza media, mentre solo il 16,6% ha raggiunto la laurea. Lo sostiene un'indagine dell'ufficio studi della Cgia di Mestre, secondo cui su un totale di oltre 3,751 milioni di lavoratori senza contratto di lavoro stabile, oltre 1.708.400 (il 45,5%) non ha proseguito gli studi dopo aver terminato la scuola dell'obbligo. I giovani neolaureati, invece, sono solo il 15,5% (in valore assoluto 582.950 persone), cui va aggiunto un altro 1,1% (pari a 43.021 persone) di lavoratori instabili che ha ottenuto anche il diploma post-laurea. È il Sud, in particolare, a mostrare la presenza più significativa di lavoratori flessibili: sono quasi 1,320 milioni, pari al 35,18% del totale. Seguono il Nord-ovest con 935.133 precari (il 24,92% del totale), il Centro con 813.627 (21,68%) e il Nord-est con 682.606 (18,19%). Sul totale degli occupati italiani, l'incidenza dei lavoratori senza contratto a tempo indeterminato è del 16,3%, mentre al netto di quelli presenti nella pubblica amministrazione l'incidenza si contrae a circa il 13%. Tra i settori produttivi più colpiti dal precariato, al primo posto ci sono gli 'altri servizi pubblici e sociali' (32,3%), un comparto eterogeneo in cui figurano le attività artistiche, ricreative e di divertimento. Le 'altre attività' di servizi includono i sindacati, i partiti, le riparazioni dei computer ed elettronica, le lavanderie, i parrucchieri, le estetiste e le palestre. Le attività sociali alle famiglie, invece, includono il personale domestico e l'assistenza agli anziani. Ma i precari, sottolinea la Cgia, abbondano anche nel settore alberghiero-ristorazione (31,1%) e in agricoltura (27,7%), mentre le attività con minore presenza di lavoratori flessibili sono la manifattura e l'energia (8,7%). "Questi precari con basso titolo di studio - evidenzia il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi - sono in questa fase di crisi economica quelli più a rischio. Nella stragrande maggioranza dei casi svolgono mansioni molto pesanti da un punto di vista fisico e, per questo, ritengo che la formazione debba essere posta al centro di qualsiasi attività che abbia come obiettivo la professionalizzazione di tutti e, in particolare, di questi lavoratori".(Apcom)
sabato 10 luglio 2010
Eni e Miur per l'innovazione digitale nella scuola
L'accordo, si legge in una nota, ha la durata di tre anni e prevede il sostegno del piano "Scuola Digitale"; Eni sosterra' le azioni del Miur nei confronti del corpo docente, nell'ambito del plurilinguismo, attraverso la predisposizione in forma digitale di contenuti e percorsi di formazione in linea inglese.
(paolo-scaroni.blogspot.com)
lunedì 24 maggio 2010
In Francia si va a scuola su Twitter
Notizia Ansa della scorsa settimana: In Francia un liceo sperimenta la prima lezione su Twitter“È nata in un liceo professionale di La Rochelle, sulla costa occidentale, la prima lezione su Twitter del Paese, su iniziativa di una giovane insegnante di lettere e storia. Funziona così: all’inizio dell’ora, l’insegnante Laurence Juin, 36 anni, ed i suoi 12 alunni si connettono tutti su un conto Twitter. Ognuno può intervenire dalla tastiera del proprio computer per risolvere un esercizio, porre una domanda o fornire elementi nuovi ad una ricerca. I messaggi inviati vengono poi proiettati su una parete in tempo reale. “Tutti partecipano, anche i più timidi”, spiega la Juin. L’esperienza è piaciuta al ministero dell’Educazione francese, scrive oggi Le Monde, tanto che potrebbe essere diffusa in altri istituti”.
lunedì 17 maggio 2010
Un anno in meno di liceo per i bamboccioni... ma è davvero questa la soluzione?
Anticipare di un anno l'incontro tra i giovani laureati e il mondo del lavoro.La proposta stavolta non è una riforma che cade dall'alto, ma arriva dagli addetti ai lavori e più precisamente dal Magnifico Rettore dell'Università Bocconi, Guido Tabellini.
“Già, secondo il rettore la caratteristica dei giovani italiani è «di essere un passo indietro su tutto: nell’uscire di casa, nel formare una famiglia, nel cercare un impiego». Questo aspetto è costoso perché «da ragazzi si può dare molto di più». E sulla base di uno studio «fatto in Svizzera, gli studenti dei Cantoni, dove si esce prima da scuola, non sono penalizzati rispetto a chi è rimasto un anno in più tra i banchi. Anzi, il contrario». Insomma, esempi ce ne sono, anche nel mondo anglosassone. Ma dalle parole ai fatti il passo non è così breve. Perché anche Tabellini evidenzia che «si dovrebbe fare una riorganizzazione di tutto il percorso scolastico». Un’impresa non facile, considerato anche il «fallimento del 3+2 universitario: la maggior parte degli studenti fa la specialistica con il risultato che escono comunque dopo cinque anni».”
(da Corriere.it)
Cosa ne pensate?
Io credo che il “problema dei bamboccioni” non si possa risolvere solo con un anno in meno di studi, ma con percorsi universitari più adatto alle esigenze del mondo del lavoro e soprattutto con una diversa politica dei contratti di lavoro e dei mutui e affitti per la casa.
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