Dal 2015 niente caminetti accesi a Parigi. Lo prevede la nuova legge anti-inquinamento che entra in vigore il primo gennaio. Secondo la Direzione regionale dell'ambiente e dell'energia (Driee), infatti, il fumo dei caminetti inquina almeno quanto il gas di scarico dei motori diesel.
"E' una questione sanitaria centrale. - spiega il Driee - Il riscaldamento a legna contribuisce fino al 23% delle emissioni totali di polveri fini nella regione di Parigi. Cioè tanto quanto gli scarichi dei veicoli a motore". Viene precisato che un caminetto acceso per mezza giornata emette cioè la stessa quantità di polveri fini di un'automobile che percorre 3500 km.
I medici sono d'accordo nel dire che respirare il fumo del caminetto non fa bene alla salute e che si possono favorire asma e bronchiti croniche.
Il divieto riguarderà circa 125mila famiglia che abitano a Parigi e in 435 comuni della regione Ile-de-France in una zona definita "sensibile per la qualità dell'aria". Anche altre regioni in Francia potrebbero allinearsi alla decisione di Parigi, che segue a sua volta l'esempio di altre capitali europee, come Londra.
I soli caminetti consentiti dal 2015 saranno dunque quelli non aperti, ma confinati in appositi recinti chiusi a norma di sicurezza e a prova di inquinamento, sia nei saloni di casa sia dai caminetti sui tetti. (fonte Risorse naturali)
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mercoledì 3 dicembre 2014
martedì 16 ottobre 2012
Lisbona in rivolta contro il salasso fiscale
Ieri sera la polizia è entrata in azione per blindare il Parlamento di fronte alla protesta popolare innescata dal nuovo salasso fiscale previsto dalla finanziaria “lacrime e sangue”varata per il 2013 dal governo portoghese e presentata nel pomeriggio stesso. "Giustificata con la necessità di mantenere gli impegni con l'Ue di fronte alla pesantissima crisi che investe il Paese, la manovra è stata difesa a spada tratta dal primo ministro, Pedro Passos Coelho, che si è detto deciso ad andare avanti sulla strada dell'austerità anche a costo di far pagare un prezzo al suo partito (sconfitto giusto l'altro ieri nelle elezioni regionali delle Isole Azzorre dall'opposizione socialista).
La finanziaria 2013 rischia tuttavia di scatenare una nuova ondata di proteste di piazza fin nel cuore della capitale. Si tratta d'altronde della manovra più restrittiva della storia democratica del Portogallo, fondata all'80% sull'imposizione fiscale.
Tre dei cinque miliardi di euro previsti dovranno essere infatti incamerati attraverso aumenti di imposte dirette sui contribuenti, a quanto stima il quotidiano Negocios. Il provvedimento include inoltre un taglio sulle pensioni, una tassa sulle transazioni finanziarie, una falcidie su esenzioni e sussidi e un aumento delle imposte sulla casa: per centrare gli obiettivi di stabilizzazione del rapporto deficit/Pil imposti dalla troika pur in presenza d'una profonda recessione.
Il premier conservatore Pedro Passos Coelho, che nelle scorse settimane, sull'onda di una prima mobilitazione delle piazze, era stato costretto a ritirare una ricetta a colpi di riduzione degli stipendi, ha affermato che questa volta non ci potranno essere passi indietro sul fronte di tagli e risparmi. Mentre il ministro delle Finanze, Vito Gaspar ha avvertito il parlamento che il testo presentato ieri non può essere modificata nei punti fondamentali, pena la perdita da parte del Portogallo di tutta la credibilità finora recuperata."
(da Crisi Finanziaria blog)
lunedì 25 giugno 2012
Le quote rosa nei board, una sfida per l'eccellenza. L'esempio di Eni
Continuo dal post di ieri sulle quote rosa. Salvatore Sardo, che è il Coo di Eni, spiega come la sua società affronta il tema delle pari opportunità. La riproto come best practice.
"Una grande azienda come Eni sente fortemente la responsabilità di promuovere in maniera concreta le pari opportunità, fino a prevedere questo principio nei suoi documenti interni quali piani e budget. Siamo impegnati e continueremo ad esserlo nella individuazione degli strumenti più idonei a rendere la parità di genere una consuetudine positiva e non solo il risultato del necessario rispetto di una legge dello Stato.
Fino ad oggi, a livello mondo, siamo decisamente soddisfatti dei numeri, che registrano un aumento dell'impiego femminile nel nostro Gruppo del 18% negli ultimi nove anni (da 11.155 a 13.185 donne in termini assoluti) cui corrisponde una variazione della percentuale sul totale della popolazione dal 15 al 17%. Per la specificità del business di Eni è evidente che la tipologia degli inserimenti coinvolge meno i ruoli tecnici e operativi (ingegneri, chimici, ecc) e più i ruoli di staff.
In Italia , sempre negli ultimi 9 anni, la presenza femminile è cresciuta dal 16 al 20. L'obiettivo che Eni si è posta nei prossimi quattro anni è quello di aumentare il numero delle assunzioni femminili di circa 5 punti percentuali (dal 23 al 28%), indirizzandole, nei limiti dei vincoli imposti dall'"offerta" di scuole e università, sugli ambiti tecnici, scientifici e ingegneristici.
Sulle sedi direzionali il problema è meno evidente considerato che già oggi in alcune situazioni la percentuale di assunzioni di donne sul totale assunzioni supera il 50%.
L'impegno di Eni dei prossimi anni sul tema dell'occupazione femminile sarà focalizzato anche sull'incremento delle candidature femminili nella selezione di risorse e nel rafforzamento dell'employer branding attraverso azioni mirate di women attraction. Gli strumenti attualmente impiegati a sostegno della conciliazione tra vita privata e lavorativa sono già numerosi: flessibilità oraria, disponibilità di part-time orizzontali e verticali, l'apertura di un nuovo asilo nido nella sede di Milano ed una serie di iniziative di welfare per la famiglia. È inoltre in corso di sviluppo e organizzazione il telelavoro, su cui si investirà notevolmente in futuro.
Diversa è invece l'analisi relativa alle posizioni di management e middle management, nonché per la presenza delle donne negli organi societari. Anche in questo caso i dati sono incoraggianti. In particolare, in termini di percentuale di presenza femminile nei livelli manageriali, Eni si è posizionata lo scorso anno al secondo posto tra le aziende del comparto oil&gas. Nell'ambito delle iniziative già avviate, stiamo collaborando con l'Osservatorio sul Diversity Management della SdA Bocconi per verificare la neutralità dei processi di gestione e sviluppo delle risorse umane e monitorare l'efficacia delle politiche di pari opportunità in Eni.
Un ultimo punto rilevante è quello relativo agli organi societari. Eni ha anticipato l'applicazione del dispositivo della legge iniziando a nominare nei cda e collegi sindacali delle società italiane in scadenza nel 2012 il 30% di componenti femminili attraverso l'individuazione scrupolosa di risorse pronte ad aumentare la presenza delle donne nella composizione degli organi societari di tutte le controllate di Eni, consapevoli che, al di là del rispetto formale della norma, i benefici in termini concreti saranno notevoli e il contributo all'attività operativa potrà essere assolutamente qualificato."
Mi pare fondamentale soprattutto l'investimento nel telelavoro: spero che l'Italia prenda presto in seria considerazione questo modo di lavorare, che è economico, ecologico e favorisce la possibilità di conciliare famiglia e lavoro, quindi sarebbe davvero un ottimo motore per le pari opportunità.
domenica 24 giugno 2012
Salvatore Sardo: Le quote rosa nei board, una sfida per l'eccellenza
Riporto, da un articolo di Salvatore Sardo su il Sole 24 ore, considerazioni molto condivisibili sulle discusse "quote rosa".
"In uno suo recente intervento, il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha affermato: «Occorrerà lavorare in futuro in più persone, cioè dare capacità di lavoro ai giovani e alle donne, che rappresentano la più grande riserva su cui possiamo contare». Le statistiche europee e quelle italiane in particolare evidenziano infatti una pesante e insostenibile sperequazione di genere in termini professionali.
Il contributo delle donne nel mondo del lavoro è ancora troppo basso rispetto alle potenzialità e, soprattutto, ai benefici che l'intero sistema economico e produttivo ne trarrebbe. Non è, insomma, soltanto una questione di numeri ma anche di apporto qualitativo.
In Italia, la legge 120 del 2011 ha introdotto il criterio delle cosiddette "quote rosa", imponendo l'adeguamento in termini di genere nella composizione dei Consigli di Amministrazione e degli altri organi sociali per le società quotate in Borsa. Se ci fermassimo al pedissequo rispetto del dispositivo della legge, facendone un obiettivo esclusivamente numerico, avremmo senz'altro fatto il nostro dovere ma non avremmo probabilmente creato le condizioni per valorizzare al massimo il contributo della componente femminile all'interno delle aziende e del sistema produttivo.
Perché la legge 120/2011 sia un'iniziativa di successo, dovrà essere un punto di partenza e non di arrivo e dovrà stimolare l'affermazione delle migliori pratiche per favorire un risultato vantaggioso per tutti: per le aziende, per le donne che ci lavorano, per la società. E anche il mondo dell'università dovrà fare la sua parte orientando il proprio impegno nell'attrarre le donne verso percorsi formativi più focalizzati sul mondo produttivo, infatti oggi 3 ingegneri su 4 sono uomini."
Mi trovo perfettamente d'accordo: le quote rosa come puro "dovere" numerico non servono a niente se non arriveranno a diventare la conseguenza (e non la causa...) di una diversa cultura e organizzazione nelle aziende!
"In uno suo recente intervento, il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha affermato: «Occorrerà lavorare in futuro in più persone, cioè dare capacità di lavoro ai giovani e alle donne, che rappresentano la più grande riserva su cui possiamo contare». Le statistiche europee e quelle italiane in particolare evidenziano infatti una pesante e insostenibile sperequazione di genere in termini professionali.
Il contributo delle donne nel mondo del lavoro è ancora troppo basso rispetto alle potenzialità e, soprattutto, ai benefici che l'intero sistema economico e produttivo ne trarrebbe. Non è, insomma, soltanto una questione di numeri ma anche di apporto qualitativo.
In Italia, la legge 120 del 2011 ha introdotto il criterio delle cosiddette "quote rosa", imponendo l'adeguamento in termini di genere nella composizione dei Consigli di Amministrazione e degli altri organi sociali per le società quotate in Borsa. Se ci fermassimo al pedissequo rispetto del dispositivo della legge, facendone un obiettivo esclusivamente numerico, avremmo senz'altro fatto il nostro dovere ma non avremmo probabilmente creato le condizioni per valorizzare al massimo il contributo della componente femminile all'interno delle aziende e del sistema produttivo.
Perché la legge 120/2011 sia un'iniziativa di successo, dovrà essere un punto di partenza e non di arrivo e dovrà stimolare l'affermazione delle migliori pratiche per favorire un risultato vantaggioso per tutti: per le aziende, per le donne che ci lavorano, per la società. E anche il mondo dell'università dovrà fare la sua parte orientando il proprio impegno nell'attrarre le donne verso percorsi formativi più focalizzati sul mondo produttivo, infatti oggi 3 ingegneri su 4 sono uomini."
Mi trovo perfettamente d'accordo: le quote rosa come puro "dovere" numerico non servono a niente se non arriveranno a diventare la conseguenza (e non la causa...) di una diversa cultura e organizzazione nelle aziende!
giovedì 31 maggio 2012
Ddl lavoro, via libera dal Senato
Il Governo incassa la quarta fiducia sul provvedimento che passerà all'esame della Camera.
Il Ddl di riforma del mercato del lavoro riceve il via libera con 238 sì, 33 no e un astenuto.
Il pacchetto di misure riguarda le novità in favore di maternità e paternità. Il provvedimento passerà ora alla Camera. Secondo il ministro Elsa Fornero la riforma è l’unica via per un nuovo sviluppo, ed ha infatti affermato che “La riforma del mercato del lavoro non è una bacchetta magica, ma serve a recuperare occupazione, produttività e reddito. E' una nuova via per lo sviluppo, per il recupero della dignità e la riappropriazione di un futuro di crescita. Il Paese ha un grande bisogno di questa riforma, che dunque è stata fatta per riprendere un percorso di crescita e non perché lo chiedono i mercati finanziari”.
La Fornero ha poi continuato dicendo che “Sull'Articolo 18 è stato trovato un compromesso equilibrato, in linea con gli standard europei. Anche in questo caso non è stata usata l'accetta”.
Il Ddl di riforma del mercato del lavoro riceve il via libera con 238 sì, 33 no e un astenuto.
Il pacchetto di misure riguarda le novità in favore di maternità e paternità. Il provvedimento passerà ora alla Camera. Secondo il ministro Elsa Fornero la riforma è l’unica via per un nuovo sviluppo, ed ha infatti affermato che “La riforma del mercato del lavoro non è una bacchetta magica, ma serve a recuperare occupazione, produttività e reddito. E' una nuova via per lo sviluppo, per il recupero della dignità e la riappropriazione di un futuro di crescita. Il Paese ha un grande bisogno di questa riforma, che dunque è stata fatta per riprendere un percorso di crescita e non perché lo chiedono i mercati finanziari”.
La Fornero ha poi continuato dicendo che “Sull'Articolo 18 è stato trovato un compromesso equilibrato, in linea con gli standard europei. Anche in questo caso non è stata usata l'accetta”.
mercoledì 22 febbraio 2012
Tutto sul "Canone Rai"
Dopo le notizie di ieri, cerchiamo di fare chiarezza su cosa sia il cosiddetto "Canone Rai".La Rai richiede il pagamento di un canone, che è diventata "imposta", in base a un pronunciamento della Corte Costituzionale; riferendosi a un regio decreto del 1938 (abrogato nel marzo 2010 dal cosiddetto Decreto "Taglia-Leggi" di Calderoli).
Il decreto del 1938 dice:
La sentenza n. 284 della Corte costituzionale del 26 giugno 2002 sancisce che non si tratta più di un canone di abbonamento al servizio, ma di una "imposta":
Il decreto del 1938 dice:
"Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto"Da notare, in riferimento alla frase "apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni", che ovviamente al tempo non esistevano pc e dispositivi mobile e non esistevano segnali criptati.
La sentenza n. 284 della Corte costituzionale del 26 giugno 2002 sancisce che non si tratta più di un canone di abbonamento al servizio, ma di una "imposta":
"Benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio [...] ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria, fondata sulla legge [...] E se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è piuttosto riconosciuto come imposta"Il 20 novembre 2007, con Sentenza n. 24010, la Corte di Cassazione ha precisato ancora:
"Non trova la sua ragione nell'esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente, da un lato, e l'Ente Rai, che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo, dall'altro, ma costituisce una prestazione tributaria, fondata sulla legge, non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio de quo"Quindi l'imponibilità dipende solo dalla detenzione di un apparecchio, indipendentemente dal fatto che i programmi rai vengano ricevuti o guardati. Parlo di detenzione e non di possesso, perché l'imposta va pagata anche se non si è proprietari dell'apparecchio che si ha in casa.
martedì 21 febbraio 2012
Canone Rai. Va pagato o no per i pc?
Grande bufera sulla notizia che la Rai avrebbe richiesto il pagamento del canone non solo per il possesso di televisori, ma di qualsiasi apparecchio atto a ricevere il segnale radiotelevisivo.
Tutti gli internauti sul piede di guerra, hanno scatenato un putiferio su Twitter, già scansalizzati all'idea di dovere pagare il canone per il possesso di un pc, tablet o smartphone.
Ma attenzione, non facciamoci prendere dal panico e approfondiamo la notizia:
Il canone ordinario si paga solo per il possesso di un televisore. Quello a cui si riferiva la Rai è il cosiddetto canone speciale, cioè quello dovuto da imprese, società ed enti (quindi fuori dall'ambito familiare) nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage).
"La Rai non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer - ha infatti precisato Rai dopo un confronto con il ministero dello Sviluppo - La lettera inviata dalla Direzione abbonamenti Rai si riferisce al canone speciale dovuto nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori, fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiano già pagato per il possesso di uno o più tv".
Che sia una precisazione o un dietrofront con la coda tra le gambe?
L'importante è che la questione sia stata chiarita.
Tutti gli internauti sul piede di guerra, hanno scatenato un putiferio su Twitter, già scansalizzati all'idea di dovere pagare il canone per il possesso di un pc, tablet o smartphone.
Ma attenzione, non facciamoci prendere dal panico e approfondiamo la notizia:
Il canone ordinario si paga solo per il possesso di un televisore. Quello a cui si riferiva la Rai è il cosiddetto canone speciale, cioè quello dovuto da imprese, società ed enti (quindi fuori dall'ambito familiare) nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage).
"La Rai non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer - ha infatti precisato Rai dopo un confronto con il ministero dello Sviluppo - La lettera inviata dalla Direzione abbonamenti Rai si riferisce al canone speciale dovuto nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori, fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiano già pagato per il possesso di uno o più tv".
Che sia una precisazione o un dietrofront con la coda tra le gambe?
L'importante è che la questione sia stata chiarita.
mercoledì 9 novembre 2011
La Carta di Firenze per i diritti dei giornalisti precari
Il 7 e l’8 ottobre 2011, a Firenze, l’Ordine nazionale dei giornalisti ha indetto la manifestazione "Giornalisti e giornalismi – Libera stampa liberi tutti" per ridare “una nuova dignità alla professione, contro lo sfruttamento e per un’informazione di qualità”, come è stato annunciarlo dal presidente dell’Ordine, Enzo Iacopino, durante la presentazione del programma. Al termine della due giorni, realizzata in collaborazione con la Federazione Nazionale della Stampa, Associazione Stampa Toscana e Ordine Regionale dei Giornalisti della Toscana, è stata stilata una carta deontologica sui diritti dei giornalisti precari. Tutti i giornalisti presenti alla rassegna hanno contribuito attivamente alla stesura della "Carta di Firenze" e lo stesso Iacopino ha affermato che “potranno darci gli strumenti per aprire provvedimenti disciplinari nei confronti dei direttori, capiredattori, capi servizio, e di chiunque si presterà a fare da caporale, cioé a chiedere pezzi che consapevolmente vengono pagati 2 euro o anche meno”. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto alla manifestazione, mostrandosi solidale nei confronti di queste categorie. Napolitano, infatti, ha aperto così il suo messaggio: “Vorrei esprimere il vivo apprezzamento per la decisione dell’Ordine dei giornalisti di essere vicino agli ultimi della professione. Già all’inizio dell’anno, - prosegue - in occasione della giornata dell’informazione al Quirinale, ho avuto modo di richiamare l’attenzione delle istituzioni sui problemi e sui motivi di preoccupazione che travagliano la delicata professione giornalistica, indicando proprio il malessere e l’assillo del precariato tra i punti più critici. Rinnovo con convinzione l’auspicio che tutte le parti in causa concorrano alla salvaguardia e alla valorizzazione di quel capitale umano, con le sue risorse di creatività e d’innovazione, costituito da tanti giovani, e ormai anche non più tanto giovani, che quotidianamente operano in una realtà globale percorsa da forti tensioni e intensi cambiamenti. Abbiamo il dovere di credere nel loro futuro, e impegnarci perchè anche i giovani professionisti dell’informazione possano contribuire a sviluppare il rapporto con le istituzioni nel segno della comune responsabilità verso i principi costituzionali di libertà e di pluralismo”. La Carta, redatta al termine della rassegna, si impegna a chiarire alcuni punti in merito a: lo sfruttamento e la precarietà, favorendo quelle condizioni tese ad assicurare un futuro professionale e personale ai tanti giornalisti oggi privi di tutele e garantire nel contempo un futuro alla buona e corretta informazione nel nostro paese; i percorsi di regolarizzazione ed avviamento verso contratti a tempo indeterminato ed equi, affinché si realizzino le condizioni per promuovere le evoluzioni di carriera e le progressioni professionali; i trattamenti minimi contrattuali (stipendio e indennità di contingenza); le professionalità già esistenti, attingendo dalle liste di disoccupazione e verificando l’attuazione dei limiti previsti per l’impiego di stagisti o tirocinanti; il percorso di adesione alle casse previdenziali e di mutua assistenza e previdenza complementare della categoria, in modo da garantire le necessarie tutele sociali ed economiche anche a chi non é inquadrato come lavoratore dipendente.(da Prima Comunciazione)
lunedì 12 settembre 2011
Allarme editoria: a rischio il pluralismo
Cento testate, tra giornali cooperativi, non profit e di partito, rischiano la chiusura e più di quattromila tra giornalisti e poligrafici di perdere il lavoro.
È l’allarme lanciato dalla Federazione nazionale stampa italiana a causa dei tagli all’editoria. Per la Fnsi il rischio occupazione e quello per la sopravvivenza delle testate deriva da una norma, il comma 62 dell’art.2 (ex 53 bis) della legge finanziaria, che sopprime il carattere di diritto soggettivo dei contributi alla editoria: in altre parole da oggi in poi a stabilire chi prenderà il contributo e chi no sarà il governo... Molta pubblicistica ha raccontato gli scandali legati ai finanziamenti ai giornali e molti ritengono che questi fondi siano uno spreco di denaro, altri gridano addirittura allo scandalo (non possiamo infatti negare le “furberie all’italiana” presenti anche in questo settore), ed è giusto che vi siano opinioni diverse, ma il problema oggi è grave.
I contributi all’editoria stanziati dal governo raggiungono una cifra complessiva di circa 460 milioni di euro. Molti giornali che ricevono questi contributi sono noti: l’Unità, ad esempio, ha ricevuto nel 2007 (anno di riferimento) 6.377.209,80, euro, La Padania, 4.028.363,82. Altri sono meno conosciuti: Mare e Monti, che tuttavia raggiunge una quota di finanziamento molto significativa con 103.344,80 euro. Si passa dunque dai 3mila euro de Il ponte di Firenze ai 7 milioni e mezzo di Libero.
I fondi destinati al sostegno per l’editoria sono da suddividere in contributi indiretti (per la copertura di spese postali, ad esempio) che vanno soprattutto alle grandi testate come la Repubblica e il Sole 24 Ore, e quelli diretti, che invece sono destinati alle testate politiche, di idee, delle minoranze linguistiche e alle cooperative di giornalisti.. Proprio queste ultime, con un colpo di mano di governo e maggioranza, si sono viste cancellare il loro diritto soggettivo. Ma che cos’è il diritto soggettivo? Per dirla in breve: il diritto democratico e di uguaglianza stabilito per legge per poter ricevere i contributi all’editoria. Da oggi in poi a stabilire chi prenderà il contributo e chi no sarà invece il governo, ma quali saranno i criteri di tale scelta nessuno può dirlo e a quanto pare anche lo stesso governo sembrerebbe non avere le idee chiare. In una intervista il senatore Vincenzo Vita ricordava (oggi, vedi l’articolo di Vita sembrerebbe esserci l’ultima chance): «Il principio del diritto soggettivo stabilisce che le testate abbiano un vera e propria tutela giuridica. I bilanci di questi giornali possono essere programmati dagli amministratori con le banche attraverso fidi e prestiti. Questo principio fu stabilito dalla riforma dell’editoria del 1981 e fu reso più concreto da una legge del 1990. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha confermato che i 200 milioni di euro previsti nelle tabelle della Finanziaria del 2010 – ha proseguito Vita – saranno confermati a fronte dei 500 milioni di euro che sarebbero indispensabili per il fondo a regime. Al di là della promessa di mantenere quella tabella per il 2010, in assenza di un diritto soggettivo qualsiasi altra priorità può sopraggiungere ad un certo punto dell’annata. E siccome le provvidenze vengono date verso la fine dell’anno, si può immaginare come il comma 53 bis previsto dalla Finanziaria, che cancella il diritto soggettivo, metta a repentaglio la vita di questi giornali». Molte testate dunque, su decisione governativa, potrebbero non vedersi riconosciuto il diritto al sostegno, e non avrebbero alcuna possibilità di sopravvivere senza il finanziamento regolare, come stabiliva il diritto soggettivo. Se qualcosa non cambierà, e in tempi brevi, il nostro pluralismo dell’informazione (già viziato da anomalie e conflitti di interessi) non avrà più voci importanti e storiche; per citarne una, il Corriere Mercantile che, tra tutte le testate colpite dai tagli all’editoria è certamente la più antica (1824), e così molte altre, un effetto domino che toccherebbe tutti: lavoratori del settore, giornalisti, poligrafici, redattori, collaboratori, agenzie e così via: tutto cancellato, dall’oggi al domani.
È l’allarme lanciato dalla Federazione nazionale stampa italiana a causa dei tagli all’editoria. Per la Fnsi il rischio occupazione e quello per la sopravvivenza delle testate deriva da una norma, il comma 62 dell’art.2 (ex 53 bis) della legge finanziaria, che sopprime il carattere di diritto soggettivo dei contributi alla editoria: in altre parole da oggi in poi a stabilire chi prenderà il contributo e chi no sarà il governo... Molta pubblicistica ha raccontato gli scandali legati ai finanziamenti ai giornali e molti ritengono che questi fondi siano uno spreco di denaro, altri gridano addirittura allo scandalo (non possiamo infatti negare le “furberie all’italiana” presenti anche in questo settore), ed è giusto che vi siano opinioni diverse, ma il problema oggi è grave.
I contributi all’editoria stanziati dal governo raggiungono una cifra complessiva di circa 460 milioni di euro. Molti giornali che ricevono questi contributi sono noti: l’Unità, ad esempio, ha ricevuto nel 2007 (anno di riferimento) 6.377.209,80, euro, La Padania, 4.028.363,82. Altri sono meno conosciuti: Mare e Monti, che tuttavia raggiunge una quota di finanziamento molto significativa con 103.344,80 euro. Si passa dunque dai 3mila euro de Il ponte di Firenze ai 7 milioni e mezzo di Libero.
I fondi destinati al sostegno per l’editoria sono da suddividere in contributi indiretti (per la copertura di spese postali, ad esempio) che vanno soprattutto alle grandi testate come la Repubblica e il Sole 24 Ore, e quelli diretti, che invece sono destinati alle testate politiche, di idee, delle minoranze linguistiche e alle cooperative di giornalisti.. Proprio queste ultime, con un colpo di mano di governo e maggioranza, si sono viste cancellare il loro diritto soggettivo. Ma che cos’è il diritto soggettivo? Per dirla in breve: il diritto democratico e di uguaglianza stabilito per legge per poter ricevere i contributi all’editoria. Da oggi in poi a stabilire chi prenderà il contributo e chi no sarà invece il governo, ma quali saranno i criteri di tale scelta nessuno può dirlo e a quanto pare anche lo stesso governo sembrerebbe non avere le idee chiare. In una intervista il senatore Vincenzo Vita ricordava (oggi, vedi l’articolo di Vita sembrerebbe esserci l’ultima chance): «Il principio del diritto soggettivo stabilisce che le testate abbiano un vera e propria tutela giuridica. I bilanci di questi giornali possono essere programmati dagli amministratori con le banche attraverso fidi e prestiti. Questo principio fu stabilito dalla riforma dell’editoria del 1981 e fu reso più concreto da una legge del 1990. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha confermato che i 200 milioni di euro previsti nelle tabelle della Finanziaria del 2010 – ha proseguito Vita – saranno confermati a fronte dei 500 milioni di euro che sarebbero indispensabili per il fondo a regime. Al di là della promessa di mantenere quella tabella per il 2010, in assenza di un diritto soggettivo qualsiasi altra priorità può sopraggiungere ad un certo punto dell’annata. E siccome le provvidenze vengono date verso la fine dell’anno, si può immaginare come il comma 53 bis previsto dalla Finanziaria, che cancella il diritto soggettivo, metta a repentaglio la vita di questi giornali». Molte testate dunque, su decisione governativa, potrebbero non vedersi riconosciuto il diritto al sostegno, e non avrebbero alcuna possibilità di sopravvivere senza il finanziamento regolare, come stabiliva il diritto soggettivo. Se qualcosa non cambierà, e in tempi brevi, il nostro pluralismo dell’informazione (già viziato da anomalie e conflitti di interessi) non avrà più voci importanti e storiche; per citarne una, il Corriere Mercantile che, tra tutte le testate colpite dai tagli all’editoria è certamente la più antica (1824), e così molte altre, un effetto domino che toccherebbe tutti: lavoratori del settore, giornalisti, poligrafici, redattori, collaboratori, agenzie e così via: tutto cancellato, dall’oggi al domani.
lunedì 29 novembre 2010
Scandalo parlamentari: vitalizio dopo solo 5 anni di legislatura
Condivido questa notizia, di cui non hanno dato notizia ne radio, nè GIORNALI, né TV!!!
Il giorno 21 settembre 2010 il deputato Antonio Borghesi dell'Italia dei Valori ha proposto l'abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura, in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.
Indovinate un po' come è andata a finire?
Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera :
Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio.
È una distanza tra il paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio.
Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata.
Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati. Proprio la Corte Costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’ Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno (291 miliardi di vecchie lire).
Il giorno 21 settembre 2010 il deputato Antonio Borghesi dell'Italia dei Valori ha proposto l'abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura, in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.
Indovinate un po' come è andata a finire?
Presenti 525
Votanti 520
Astenuti 5
Maggioranza 261
Hanno votato sì 22
Hanno votato no 498
Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera :
Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio.
È una distanza tra il paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio.
Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità. Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata.
Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati. Proprio la Corte Costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’ Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato, che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno (291 miliardi di vecchie lire).
venerdì 22 ottobre 2010
Canone Rai: si pagherà con le pensioni
Piccola rivoluzione nel pagamento del canone tv!
Dal 2011 i pensionati se vorranno lo pagheranno tramite una ritenuta sull’assegno mensile. Dunque non ci si dovrà più preoccupare di pagare di persona. Il canone potrà essere diviso in 11 rate senza interessi. Per fare richiesta c'è tempo fino al 15 novembre.
Potranno beneficiare di questa possibilità tutti coloro che non superano i 18.000 euro di reddito di pensione, calcolando l'anno fiscale precedente a quello della richiesta.
Al momento della domanda è necessario già essere titolari di un trattamento pensionistico, un assegno sociale o invalidità civile. Nel caso in cui si percepisca più di una pensione (che sommate non devono superare la quota dei 18.000 euro), si può liberamente scegliere l'ente attraverso il quale fare richiesta. L'importante è che l'importo annuo della pensione sia superiore al costo dell'abbonamento Rai.
Questa novità segue a pochi giorni di distanza l’annuncio dell’esenzione dal pagamento del canone per gli over 75.
Possono usufruire del beneficio gli anziani:
- di età pari o superiore a 75 anni;
- con un reddito (proprio e del coniuge) non superiore complessivamente a 516,46 euro al mese per tredici mensilità (equivalenti a 1 milione di vecchie lire al mese - ma ormai si potrebbe anche arrotondare alla nuova valuta...);
- che non convivano con altre persone (oltre al coniuge).
Dal 2011 i pensionati se vorranno lo pagheranno tramite una ritenuta sull’assegno mensile. Dunque non ci si dovrà più preoccupare di pagare di persona. Il canone potrà essere diviso in 11 rate senza interessi. Per fare richiesta c'è tempo fino al 15 novembre.
Potranno beneficiare di questa possibilità tutti coloro che non superano i 18.000 euro di reddito di pensione, calcolando l'anno fiscale precedente a quello della richiesta.
Al momento della domanda è necessario già essere titolari di un trattamento pensionistico, un assegno sociale o invalidità civile. Nel caso in cui si percepisca più di una pensione (che sommate non devono superare la quota dei 18.000 euro), si può liberamente scegliere l'ente attraverso il quale fare richiesta. L'importante è che l'importo annuo della pensione sia superiore al costo dell'abbonamento Rai.
Questa novità segue a pochi giorni di distanza l’annuncio dell’esenzione dal pagamento del canone per gli over 75.
Possono usufruire del beneficio gli anziani:
- di età pari o superiore a 75 anni;
- con un reddito (proprio e del coniuge) non superiore complessivamente a 516,46 euro al mese per tredici mensilità (equivalenti a 1 milione di vecchie lire al mese - ma ormai si potrebbe anche arrotondare alla nuova valuta...);
- che non convivano con altre persone (oltre al coniuge).
giovedì 24 giugno 2010
Legge bavaglio: il 1 luglio manifestazione nazionale
"L’ultimo grido della moda-bavaglio è quello enunciato dal senatore Centaro a Lilli Gruber: il divieto di pubblicare intercettazioni è un favore fatto ai giornalisti, per incitarli a quelle belle inchieste di una volta, rinunciando al «copia e incolla» giudiziario che li avvilisce professionalmente. Insomma, lo fanno per il nostro bene, come dicevano un tempo i genitori maneschi tirando sberle.".
(da L'Unità: "Bavaglio? un favore ai giornali")
E intanto che ci tocca sentire queste cose possiamo iniziare a prepararci alla manifestazione che si terrà il 1° luglio a Roma. Si tratta di una grande mobilitazione per dire no al disegno di legge Alfano, che ostacola il lavoro di magistrati e giornalisti e rende i cittadini meno sicuri e informati.
Un’iniziativa a difesa della Costituzione, per dare voci ai tanti soggetti e temi che rischiano l’oscuramento.
L’appuntamento è per giovedì 1° luglio alle ore 17.00 a piazza Navona.
Il volantino è qui: http://www.nidil.cgil.it/files/20100701_Volantino_LibertaInfo.pdf
(da L'Unità: "Bavaglio? un favore ai giornali")
E intanto che ci tocca sentire queste cose possiamo iniziare a prepararci alla manifestazione che si terrà il 1° luglio a Roma. Si tratta di una grande mobilitazione per dire no al disegno di legge Alfano, che ostacola il lavoro di magistrati e giornalisti e rende i cittadini meno sicuri e informati.Un’iniziativa a difesa della Costituzione, per dare voci ai tanti soggetti e temi che rischiano l’oscuramento.
L’appuntamento è per giovedì 1° luglio alle ore 17.00 a piazza Navona.
Il volantino è qui: http://www.nidil.cgil.it/files/20100701_Volantino_LibertaInfo.pdf
venerdì 11 giugno 2010
Zapatero: tassa sui redditi più elevati
Il premier socialista spagnolo Zapatero prepara una nuova tassa sui redditi più alti. Il premier spagnolo potrebbe decidere di varare la nuova misura nel giro di due settimane ed entrerebbe in vigore entro la fine dell’anno. Lo afferma la radio Cadenaser, vicina al partito socialista. Secondo l’emittente, la nuova tassa interesserà tutti i contribuenti che, fra proprietà, azioni, redditi e depositi, dichiarano redditi annuali superiori al milione di euro.Per l’edizione online di El Pais, l’introduzione della nuova imposta sarebbe un gesto di apertura di Zapatero verso le sinistre e i sindacati, dopo che la settimana scorsa il premier – sotto pressione dei partner Ue e dei mercati – ha annunciato un ulteriore giro di vite per accelerare la riduzione del deficit pubblico nel biennio 2010-2011. Le nuove misure, che il consiglio dei ministri deve approvare formalmente questa sera, prevedono fra l’altro una riduzione media del 5% degli stipendi dei funzionari e il congelamento delle pensioni. Saranno introdotti tagli alla spesa sociale e agli investimenti pubblici, che complessivamente devono permettere alla Spagna di risparmiare altri 15 miliardi di euro.
All’inizio dell’anno Zapatero aveva già annunciato tagli alla spesa pubblica per 50 miliardi in tre anni e l’aumento dell’Iva a luglio. L’obiettivo del governo di Madrid è riportare il deficit pubblico, che è arrivato all’11,2% a fine 2009, sotto il 3% imposto da Bruxelles entro il 2013.
(da crisi-finanziaria.blogspot.com: "Crisi economica? Zapatero tassa i redditi più elevati")
giovedì 3 giugno 2010
Giornalisti freelance malpagati e ricattati
Articoli pagati 2,50 euro, forfait mensili di 50-100 euro; pezzi mai retribuiti, o pagati dopo un anno; collaborazioni che dopo un certo numero di articoli diventano a titolo gratuito o ricevano compensi drasticamente tagliati.Sono fra "i dati della vergogna" come li ha definiti il segretario generale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, emersi dalla ricerca "Smascheriamo gli editori" presentata oggi a Roma.
La raccolta dei dati, che riguarda circa una sessantina di testate, fra cui molte nazionali, da La Repubblica a Libero, da Il Foglio a Il Manifesto, da agenzie come Ansa e Apcom, è stata possibile “grazie a circa 1000 giornalisti freelance, che hanno accettato di rispondere alla nostra richiesta, mandata per email a circa 4000 giornalisti professionisti, di rivelare le condizioni in cui lavorano”.
Iacopino e i politici intervenuti, il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni, i senatori Vincenzo Vita (Pd) e Elio Lannutti (Idv), Antonio Borghesi, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera e Silvano Moffa (Pdl), presidente della Commissione lavoro della Camera, hanno stigmatizzato come molti dei pagamenti iniqui vengano da testate che ricevono i contributi statali per l’editoria.
Per questo Lannutti e Moffa si sono detti pronti a lavorare a una proposta di legge "che stabilisca per le testate che ricevono contributi statali un livello obbligatorio di retribuzione adeguata e garanzie minime per i collaboratori".
Fra i casi più emblematici indicati nella ricerca, ci sono quelli de La voce della Romagna che paga un articolo 2 euro e 50 e il Nuovo Corriere di Firenze, che offre ai collaboratori forfait mensili da 50 a 100 euro. Ad entrambe le testate vanno contributi pubblici per oltre 2 milioni e mezzo di euro l’anno.
La Repubblica (che rientra nel contributo al Gruppo L’espresso-La Repubblica di oltre 16 milioni di euro), secondo le testimonianze raccolte, paga 30 euro un articolo di 5000-6000 battute.
Il Messaggero (circa un milione e mezzo di contributi) paga al massimo 27 euro ad articolo.
L’Ansa paga 5 euro per ogni lancio. L’Apcom offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l’evento assegnato non si realizzi.
Il Manifesto (oltre 5 milioni di contributi) non avrebbe pagato alcuno degli articoli scritti dal collaboratore interpellato "neanche per le aperture".
Il Sole 24 ore (oltre 19 milioni di contributi l’anno) paga 50 centesimi a riga.
Libero (5 milioni e 451 mila euro di contributi) dà 18 euro anche per un’apertura.
“I dati - dice il Vice Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enrico Paissan - sono parziali ma significativi. Mostrano che quello di giornalista freelance è uno dei lavori più precari e meno retribuito dell’intero Paese.
E’ una categoria sottoposta a ricatto quotidiano”.
(ANSA)
giovedì 27 maggio 2010
Prove tecniche di dittatura... digitale
Ricevo e pubblico volentieri:Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet"; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60.
Questo senatore NON fa neanche parte della maggioranza al Governo... il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta.
In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su fb, o altro sulla rete) a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO bloccarne il blog o il sito.
Questo provvedimento può far oscurare la visibilità di un sito in Italia ovunque si trovi, anche se è all'ESTERO; basta che il Ministro dell'Interno disponga con proprio decreto l'interruzione dell'attività del blogger, ordinandone il blocco ai fornitori di connettività alla rete internet. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro 24 ore; pena, per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro.
Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'ODIO (!) fra le classi sociali.
MORALE: questa legge può ripulire immediatamente tutti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta.
In pratica sarà possibile bloccare in Italia (come in Iran, in Birmania e in Cina) Facebook, Youtube e la rete da tutti i blog che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.
ITALIA: l'unico Paese al mondo in cui una media company (Mediaset) ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.
Con questa legge non sarà più necessario, nulla sarà più di ostacolo anche in termini PREVENTIVI.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni dovrà presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare.
Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, l'Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l'Iran.
Oggi gli UNICI media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati la rivista specializzata "Punto Informatico" e il blog di Grillo.
(documentazione diffusa da
Coordinamento degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani)
martedì 18 maggio 2010
Nani da giardino? Banditi perché rovinano il paesaggio
Via i nanetti di gesso da giardini e balconi. L'originale divieto scatta a Furore, un borgo di 900 anime in provincia di Salerno. Secondo il sindaco Raffaele Ferraioli i nani da giardino "alterano l'ambiente e il paesaggio di Furore, che è stato dichiarato uno dei borghi più belli d'Italia. Non possiamo assistere inerti al trionfo del pessimo gusto e per questo abbiamo mandato ad alcuni cittadini lettere preventive per chiedere di togliere i nanetti esposti alla vista dei passanti. I cittadini si sono lamentati, ma se non le rimuoveranno saremo costretti alla rimozione coatta"Ferraioli giura di non essere un attivista del “Fronte di liberazione nani da Giardino” e precisa "Ho solo attuato un piano del Consiglio comunale, che punta anche a sviluppare il turismo. Un piano serio di restauro del paesaggio, messo a punto da esperti per eliminare tutto ciò che deturpa il nostro bellissimo borgo, ripulirlo e fare una vera e propria opera di cosmesi".
giovedì 13 maggio 2010
Energia eolica: la mano della mafia
“È il segnale che si tenta di arrivare a un coordinamento delle inchieste portate avanti in quattro regioni sul business delle energie rinnovabili. A Roma, nella tranche sarda dell'inchiesta, sono indagati il coordinatore del Pdl Denis Verdini, l'uomo d'affari Flavio Carboni, il costruttore Arcangelo Martino, il giudice tributario Pasquale Lombardi, il direttore dell'Arpas Ignazio Farris, il consigliere provinciale del Sulcis Pinello Cossu e il commissario dell'Autorità d'ambito Franco Piga. A Cagliari la Dda ha aperto un fascicolo su possibili infiltrazioni mafiose, mentre il pm Pilia indaga sulla cessione di alcuni terreni nella zona industriale di Macchiareddu, destinati alla realizzazione di iniziative legate allo sfruttamento delle energie rinnovabili”.
Dall'Idv, che con il deputato Palomba aveva presentato l'interrogazione alla quale ha risposto il ministro Vito, è arrivata una critica al governo: «Siamo insoddisfatti della risposta del ministro Vito: è stato deludente e formale e non ha affrontato il grave problema dell'intreccio tra politica e criminalità organizzata in Sardegna, Puglia e Sicilia. Su questo non ha risposto».
I capigruppo del centrosinistra in Consiglio regionale Mario Bruno (Pd), Luciano Uras (Comunisti-Sinistra sarda-RossoMori) e Adriano Salis (IdV) hanno diffuso una nota congiunta nella quale chiedono che il presidente della Regione si presenti in Aula per discutere della pianificazione energetica nell'Isola, mettendola al riparo dalle incursioni di ogni genere di faccendieri: «Il presidente Cappellacci colga al più presto l'occasione anche per chiarire a quale titolo sia ancora in carica il commissario dell'Ato. Non potrà limitarsi a far riferimento alla legge 3 del 2009, che legava la permanenza del commissario a un futuribile disegno di legge di revisione della normativa sul servizio idrico integrato, da approvare entro la fine dello scorso anno e mai approdato in aula».”
(da L’Unione Sarda)
martedì 11 maggio 2010
Burqa e niqab. Niente a che fare con la religione islamica
È al centro del dibattito di questi giorno l’opportunità o meno di introdurre anche in Italia il divieto di indossare il burqa e il niqab, il velo che copre interamente al figura della donna, lasciandone scoperti solo gli occhi.L’intellettuale marocchino Tahar Ben Jelloun, nel suo articolo “Perché le donne velate sono un insulto all’Islam” ha dichiarato:
“Penso all'invocazione del velo integrale per la donna, che sia con un burqa o con un niqab. In entrambi i casi la donna è coperta di nero dalla testa ai piedi, come un fantasma. […]. Questo comportamento, che è etnico e non religioso - non è infatti assolutamente musulmano - è la prova della paura della donna. La si rende invisibile per impedirle di esistere socialmente e sessualmente – ed aggiungo economicamente -. È anche prova di grande ignoranza […]. Allah ha dato all'uomo non solo il suo libero arbitrio ma lo ha reso responsabile delle sue azioni. Così, il marito che rende sua moglie un fantasma nel nome dell'Islam è un ignorante che offende la parola di Dio. Pensa, coprendo sua moglie, di essere devoto all'Islam. Errore, è devoto al visibile, all'apparenza, che fa della donna una schiava del suo desiderio; uccide in lei ogni libertà, cosa che Dio non gli perdonerà”.
Dello stesso parere il grande imam dell’Università Al Azhar de Il Cairo Tantawi, secondo il quale indossare il niqab "è un'abitudine che non ha nulla a che fare con la religione".
Queste testimonianze dimostrano che l’uso del velo integrale è un’usanza che non ha nulla a che vedere con la professione del culto e interventi legislativi che ne vietino l’uso non possono essere considerate anticostituzionali.
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