Visualizzazione post con etichetta giornalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giornalismo. Mostra tutti i post

giovedì 13 novembre 2014

Ebola in Texas o leggenda metropolitana? Il ruolo del web tra malafede e ignoranza

Marta Serafini, nel suo blog "6 gradi" su Corriere.it riporta una storia che è diventata virale su Facebook. E cioè quella della cittadina di Purdon, in Texas, messa interamente in quarantena dopo che a un componente di una famiglia è stato diagnosticato l’Ebola.
"Questa notizia - specifica Serafini - è totalmente inventata. Ma oltre 340 mila persone l’hanno condivisa sulle loro bacheche credendola vera".

Secondo Craig Silverman, fondatore di Emergent.Info, gruppo che si occupa di monitorare la diffusione delle bufale sul web, questo è solo l’ultimo capitolo di un fenomeno già noto da tempo. Ci sono notizie false che vengono messe in circolazione su certi tipi di siti al solo scopo di generare traffico, condivisioni e like. Notizie che, però, generano il panico e si ingigantiscono.
A volte si tratta di storie create ad hoc dagli uffici marketing per creare "buzz" su un determinato argomento. Altre volte sono i siti di bufale che le diffondono per attirare click.
A volte addirittura le notizie, che vorrebberoe ssere, nelle intenzioni, degli autori, esplicitamente false, vengono pubblicate su siti è di stampo satirico ma, dopo che la notizia inizia a girare sulle bacheche social, accade talvolta che qualche organo di informazione più accreditato la riprenda e la riproponga come “vera”. A volte in buona fede a volte no. In altri casi capita infatti che sia la mancanza di controverifiche a far scattare questo meccanismo. Ma c’è anche chi ci mette del dolo. E sfrutta morbosità e argomenti di sicuro richiamo (dal sesso alle malattie) per attirare utenti.

"E si tratta - scrive Serafini - di una strategia che fino ad oggi ha dato buoni frutti". Il sito National Report ha ottenuto in un solo giorno 2 milioni di visitatori unici diffondendo la bufala di cui parlavo all'inizio sulla cittadina del Texas infettata da Ebola. Ottenendo un numero maggiore di contatti che spesso si traduce in maggiore investimenti pubblicitari. "Non importa se le informazioni veicolate sono verificate o meno. Soprattutto agli inserzionisti meno “raffinati” interessa stare sulle pagine dove vanno tutti. La faccenda preoccupa anche Facebook. Se infatti il social network di Zuckerberg vuole accreditarsi come veicolo di informazione e attirare investimenti pubblicitari di qualità non può ignorare che le sue bacheche diventino un mezzo per diffondere link tossici”.

domenica 17 marzo 2013

Bufale nel Web. Incontro con Paolo Attivissimo

Paolo Attivissimo
Paolo Attivissimo
"Se non lo condividi, sei senza cuore: propagazione delle bufale nel Web" è l'ironico titolo di un icontro organizzato al Politecnico di Milano con Paolo Attivissimo, scrittore, giornalista informatico e autore del blog Il Disinformatico.

L'appuntamento è per il 20 marzo 2013 alle ore 17.30 nell'Aula Rogers, Campus Leonardo, in Via Bonardi 3.

In Attraverso esempi concreti presi dalla cronaca giornalistica e dai social network, verranno illustrate le principali tecniche d'indagine sulle notizie e sugli appelli circolanti nei media digitali per verificarne l'autenticità e smascherare i falsi, le principali ragioni sociali e psicologiche che favoriscono la diffusione delle informazioni fasulle anche quando sono palesemente errate o implausibili, e le tecniche e le motivazioni della creazione di questi veri e propri miti moderni.

Per porre domande per Paolo Attivissimo è possibile scrivere agli organizzatori via Facebook (www.facebook.com/polimi), Twitter (www.twitter.com/polimi) oppure a socialmedia@polimi.it.
Per parteciapre all'incontro, è obbligatorio preiscriversi scrivendo a socialmedia@polimi.it.

venerdì 8 giugno 2012

Ecco perché è sbagliato criticare Mediobanca su Generali

Sulla recente sostituzione di Perissinotto in Generali il Financial Times ha scritto dei pezzi molto critici nei confronti di Mediobanca, nonostante questa tesi sia quotidianamente smentita dalla crescita del titolo Generali in Borsa.
Sul tema ho trovato molto interessante questo pezzo di Luigi Zingales uscito sul Sole24 di ieri che spiega perché sono critiche ingiuste e come sono nate:

Luigi Zingales
« Ci sono poche persone, in Italia o all'estero, che hanno criticato e continuano a criticare la corporate governance italiana come me. E ci sono poche persone, in Italia e all'estero, che hanno criticato (e continuano a criticare) il sistema di potere che ruota intorno a Mediobanca come me. Eppure questa volta non capisco perché il Financial Times sia andato a testa bassa contro il cambio della guardia a Generali.
"Qualsiasi mossa di Mediobanca per espellere Perissinotto sarebbe considerata dal mercato un segnale terribile" scriveva con aria minacciosa l'FT sabato, citando un anonimo investitore, nonostante il titolo Generali fosse salito quando i rumor di un cambio di guardia si erano diffusi sul mercato. Dopo il fatto, l'FT calcava la dose scrivendo "il colpo che ha defenestrato Perissinotto ricorda ere passate del mondo societario italiano, quando decisioni importanti per imprese quotate erano prese a porte chiuse e gli azionisti di minoranza scoprivano il destino del loro investimento aprendo il giornale la mattina". A leggere l'FT sembra quasi che nel mondo societario anglosassone i Ceo siano scelti per referendum su internet.

Poi, a conferma delle minacce della vigilia, l'Ft cita un ex-ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, che dichiara "L'iniziativa di rimuovere Perissinotto da Ceo di Generali è mal congegnata e trasmette un'immagine negativa dell'Italia al mondo". Certamente al "suo" mondo, visto che dall'Ina di Perissinotto aveva comprato l'ex-palazzo Massimo Colonna, da lui fatto ridenominare Palazzo Mel Sembler. Sarò il solito bastian contrario, ma a dispetto dell'Ft, penso che questa decisione rappresenti una svolta positiva nella corporate governance in Italia.

Che la gestione di Perissinotto lasciasse a desiderare non lo avevo scritto solo io qualche mese fa, ma l'avevo detto il fondatore di Luxottica Del Vecchio, uno che di management se ne intende e che in Generali ha messo i soldi suoi, non quegli altrui. Se a Mediobanca c'è da rimproverare qualcosa non è che si sia mossa, ma che si sia mossa troppo tardi, forse spinta solo dal timore del suo amministratore delegato che a prendere il posto potesse essere lui. Ma ben venga. Alcuni economisti chiamano le recessioni "cleansing" (che fanno pulizia), perché spingono le imprese ad eliminare inefficienze, incluse quelle ai vertice delle imprese.

L'FT non poteva avere maggiormente torto quando accusa che la decisione sia stata presa "dietro porte chiuse". Questa è una delle poche decisioni che è stata presa in consiglio con un voto controverso. È non solo naturale ma anche giusto che sia stata preceduta da una discussione tra gli azionisti, d'altra parte sono loro che ci mettono i soldi. Non so quale ruolo Mediobanca abbia avuto in queste discussioni, ma di certo non ha dettato legge. Senza i voti di Caltagirone, Scaroni, Pelliccioli, e di due indipendenti di minoranza, la mozione di sfiducia non sarebbe mai stata approvata. Vista la consuetata e deplorevole fuga di notizie, direi che non ci sia stata decisione più trasparente e meno "a porte chiuse" di questa. Il fatto stesso che i tre indipendenti di minoranza abbiano votato - a quanto risulta - in modo differenziato è dimostrazione dell'indipendenza di questa scelta: il dissenso è naturale quando la gente pensa con la propria testa.

Il nuovo manager poi non ha le caratteristiche tipiche del protetto di Mediobanca. Sembra un manager capace e indipendente che porta un po' di aria fresca a Trieste. L'università di Trieste ha ottime facoltà, ma possibile che tutti i manager del Leone dovessero venire da lì?

L'unico aspetto negativo della faccenda è stato il clamore mediatico sollevato da Perissinotto per cercare di salvare la propria posizione. Con una tenacia degna dei migliori politici democristiani, non ha esitato a trascinare in basso la sua società pur di rimanerne al vertice. Se c'era dubbio alcuno che non fosse più la persona giusta per guidare il Leone, il suo comportamento recente lo ha fugato.

Nei miei studi accademici mi sono occupato dell'importante ruolo che i giornali giocano nella corporate governance. Proprio perché importanti, anche i giornali sono spesso vittime delle pressioni delle parti in causa. Talora si tratta solo di un oculato spin, che le agenzie di public relation riescono a comunicare ai giornalisti. Per esempio, Bill Browder, manager del fondo Hermitage, era un mago nell'influenzare lo spin degli articoli pubblicati sulla stampa angloamericana riguardanti le imprese russe in cui aveva investito. Nel suo caso si trattava di esporre violazioni di corporate governance e conflitti di interesse, quindi era solo che positivo. Ma alcuni articoli assomigliavano un po' troppo alle presentazioni preparate dall'Hermitage fund, che in genere non veniva neppure citato come fonte.

Spesso la colpa è solo di alcuni giornalisti che per pigrizia si fanno "catturare" dalle loro fonti. La qualità e l'autorevolezza di un giornale consiste anche nel saper contrastare le sollecitazioni che ricevono dagli "spin doctor" e nel prevenire che i suoi giornalisti si facciano "catturare" dalle loro fonti.

Giustamente l'FT ha una ottima reputazione in questo campo. Ma proprio per questo, prima di criticare la governance in Italia, dovrebbe essere sicuro di presentare sempre un'analisi bilanciata dei fatti." »

mercoledì 9 novembre 2011

La Carta di Firenze per i diritti dei giornalisti precari

Il 7 e l’8 ottobre 2011, a Firenze, l’Ordine nazionale dei giornalisti ha indetto la manifestazione "Giornalisti e giornalismi – Libera stampa liberi tutti" per ridare “una nuova dignità alla professione, contro lo sfruttamento e per un’informazione di qualità”, come è stato annunciarlo dal presidente dell’Ordine, Enzo Iacopino, durante la presentazione del programma. Al termine della due giorni, realizzata in collaborazione con la Federazione Nazionale della Stampa, Associazione Stampa Toscana e Ordine Regionale dei Giornalisti della Toscana, è stata stilata una carta deontologica sui diritti dei giornalisti precari. Tutti i giornalisti presenti alla rassegna hanno contribuito attivamente alla stesura della "Carta di Firenze" e lo stesso Iacopino ha affermato che “potranno darci gli strumenti per aprire provvedimenti disciplinari nei confronti dei direttori, capiredattori, capi servizio, e di chiunque si presterà a fare da caporale, cioé a chiedere pezzi che consapevolmente vengono pagati 2 euro o anche meno”. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto alla manifestazione, mostrandosi solidale nei confronti di queste categorie. Napolitano, infatti, ha aperto così il suo messaggio: “Vorrei esprimere il vivo apprezzamento per la decisione dell’Ordine dei giornalisti di essere vicino agli ultimi della professione. Già all’inizio dell’anno, - prosegue - in occasione della giornata dell’informazione al Quirinale, ho avuto modo di richiamare l’attenzione delle istituzioni sui problemi e sui motivi di preoccupazione che travagliano la delicata professione giornalistica, indicando proprio il malessere e l’assillo del precariato tra i punti più critici. Rinnovo con convinzione l’auspicio che tutte le parti in causa concorrano alla salvaguardia e alla valorizzazione di quel capitale umano, con le sue risorse di creatività e d’innovazione, costituito da tanti giovani, e ormai anche non più tanto giovani, che quotidianamente operano in una realtà globale percorsa da forti tensioni e intensi cambiamenti. Abbiamo il dovere di credere nel loro futuro, e impegnarci perchè anche i giovani professionisti dell’informazione possano contribuire a sviluppare il rapporto con le istituzioni nel segno della comune responsabilità verso i principi costituzionali di libertà e di pluralismo”. La Carta, redatta al termine della rassegna, si impegna a chiarire alcuni punti in merito a: lo sfruttamento e la precarietà, favorendo quelle condizioni tese ad assicurare un futuro professionale e personale ai tanti giornalisti oggi privi di tutele e garantire nel contempo un futuro alla buona e corretta informazione nel nostro paese; i percorsi di regolarizzazione ed avviamento verso contratti a tempo indeterminato ed equi, affinché si realizzino le condizioni per promuovere le evoluzioni di carriera e le progressioni professionali; i trattamenti minimi contrattuali (stipendio e indennità di contingenza); le professionalità già esistenti, attingendo dalle liste di disoccupazione e verificando l’attuazione dei limiti previsti per l’impiego di stagisti o tirocinanti; il percorso di adesione alle casse previdenziali e di mutua assistenza e previdenza complementare della categoria, in modo da garantire le necessarie tutele sociali ed economiche anche a chi non é inquadrato come lavoratore dipendente.
(da Prima Comunciazione)

lunedì 12 settembre 2011

Allarme editoria: a rischio il pluralismo

Cento testate, tra giornali cooperativi, non profit e di partito, rischiano la chiusura e più di quattromila tra giornalisti e poligrafici di perdere il lavoro.
È l’allarme lanciato dalla Federazione nazionale stampa italiana a causa dei tagli all’editoria. Per la Fnsi il rischio occupazione e quello per la sopravvivenza delle testate deriva da una norma, il comma 62 dell’art.2 (ex 53 bis) della legge finanziaria, che sopprime il carattere di diritto soggettivo dei contributi alla editoria: in altre parole da oggi in poi a stabilire chi prenderà il contributo e chi no sarà il governo... Molta pubblicistica ha raccontato gli scandali legati ai finanziamenti ai giornali e molti ritengono che questi fondi siano uno spreco di denaro, altri gridano addirittura allo scandalo (non possiamo infatti negare le “furberie all’italiana” presenti anche in questo settore), ed è giusto che vi siano opinioni diverse, ma il problema oggi è grave.
I contributi all’editoria stanziati dal governo raggiungono una cifra complessiva di circa 460 milioni di euro. Molti giornali che ricevono questi contributi sono noti: l’Unità, ad esempio, ha ricevuto nel 2007 (anno di riferimento) 6.377.209,80, euro, La Padania, 4.028.363,82. Altri sono meno conosciuti: Mare e Monti, che tuttavia raggiunge una quota di finanziamento molto significativa con 103.344,80 euro. Si passa dunque dai 3mila euro de Il ponte di Firenze ai 7 milioni e mezzo di Libero.
I fondi destinati al sostegno per l’editoria sono da suddividere in contributi indiretti (per la copertura di spese postali, ad esempio) che vanno soprattutto alle grandi testate come la Repubblica e il Sole 24 Ore, e quelli diretti, che invece sono destinati alle testate politiche, di idee, delle minoranze linguistiche e alle cooperative di giornalisti.. Proprio queste ultime, con un colpo di mano di governo e maggioranza, si sono viste cancellare il loro diritto soggettivo. Ma che cos’è il diritto soggettivo? Per dirla in breve: il diritto democratico e di uguaglianza stabilito per legge per poter ricevere i contributi all’editoria. Da oggi in poi a stabilire chi prenderà il contributo e chi no sarà invece il governo, ma quali saranno i criteri di tale scelta nessuno può dirlo e a quanto pare anche lo stesso governo sembrerebbe non avere le idee chiare. In una intervista il senatore Vincenzo Vita ricordava (oggi, vedi l’articolo di Vita sembrerebbe esserci l’ultima chance): «Il principio del diritto soggettivo stabilisce che le testate abbiano un vera e propria tutela giuridica. I bilanci di questi giornali possono essere programmati dagli amministratori con le banche attraverso fidi e prestiti. Questo principio fu stabilito dalla riforma dell’editoria del 1981 e fu reso più concreto da una legge del 1990. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha confermato che i 200 milioni di euro previsti nelle tabelle della Finanziaria del 2010 – ha proseguito Vita – saranno confermati a fronte dei 500 milioni di euro che sarebbero indispensabili per il fondo a regime. Al di là della promessa di mantenere quella tabella per il 2010, in assenza di un diritto soggettivo qualsiasi altra priorità può sopraggiungere ad un certo punto dell’annata. E siccome le provvidenze vengono date verso la fine dell’anno, si può immaginare come il comma 53 bis previsto dalla Finanziaria, che cancella il diritto soggettivo, metta a repentaglio la vita di questi giornali». Molte testate dunque, su decisione governativa, potrebbero non vedersi riconosciuto il diritto al sostegno, e non avrebbero alcuna possibilità di sopravvivere senza il finanziamento regolare, come stabiliva il diritto soggettivo. Se qualcosa non cambierà, e in tempi brevi, il nostro pluralismo dell’informazione (già viziato da anomalie e conflitti di interessi) non avrà più voci importanti e storiche; per citarne una, il Corriere Mercantile che, tra tutte le testate colpite dai tagli all’editoria è certamente la più antica (1824), e così molte altre, un effetto domino che toccherebbe tutti: lavoratori del settore, giornalisti, poligrafici, redattori, collaboratori, agenzie e così via: tutto cancellato, dall’oggi al domani.

martedì 9 novembre 2010

Vieni via con me: boom di ascolti per Saviano e Fazio

Boom d'ascolti ieri sera per la prima puntata di "Vieni via con me", su Rai Tre, ha registrato 7.623.000 spettatori e il 25,48% di share.
Il programma di e con Fabio Fazio e Roberto Saviano ha ottenuto picchi superiori a 9.300.000 spettatori e al 32% di share (il piu' alto alle 22:42 con 9.321.000 spettatori e il 32,02% di share). "Vieni Via Con Me" è stato il programma più visto di RaiTre degli ultimi 10 anni.
L'aspetto interessante è che sono stati eccezionali i risultati nei target più giovani: nel target tra i 15 e i 24 anni il programma ha raggiunto il 28% di share, ha superato il 30% (30,14%) in quello tra i 25 e i 34 anni.

La trasmissione si è aperta con la lettura di una serie di elenchi tra cui quello letto da Nichi Vendola sui modi per definire gli omosessuali. Poi è arrivato il momento del monologo di Saviano sulla ''macchina del fango'', nel quale l'autore di Gomorra ha detto di ritenere in pericolo la democrazia.
A tenere banco è stato poi lo show di Roberto Benigni, che, dopo le polemiche, ha accettato di partecipare gratuitamente come ospite alla trasmissione. Il comico toscano come un fiume in piena ha parlato di Ruby e del caso escort, poi ha scherzato sui nuovi ''metodi'' usati dalla mafia evocati da Silvio Berlusconi: ''Mafiosi schifosi, vendicatevi con me mandatemi due brasiliane''.
Ospite della trasmissione ieri sera anche il maestro Claudio Abbado che ha elencato i motivi per cui bisogna difendere la cultura.

giovedì 9 settembre 2010

Giornalista rapito, manda l'sos via Twitter

Kosuke Tsuneoka, inviato giapponese in Afganistan e tenuto prigioniero da terroristi, sarebbe riuscito a comunicare la sua sorte e il fatto che fosse vivo via Twitter.

Dopo cinque mesi in cui è stato tenuto prigioniero da membri del gruppo Hizb-e-Islami, la vicenda ha assunto connotati intricati: un secondino sprovveduto avrebbe mostrato al prigioniero il suo Nokia N70 e, non capace di utilizzarne la connessione Internet, avrebbe chiesto aiuto al giapponese.

Tsuneoka a quel punto, approfittando dell'inaspettato mezzo di comunicazione, avrebbe spiegato il funzionamento della connessione e suggerito l'utilizzo di Twitter come mezzo per rintracciare altri giornalisti: nel frattempo, però, ne approfittava per accedere al suo account Twitter e tramite di esso comunicare la propria postazione e lanciare l'SOS.

"Sono ancora vivo, ma in prigione" e "Mi trovo a Kunduz. Nella prigione del comandante Lativ", i due cinguettii. Il fatto che fossero scritti in inglese e che non provenissero dal consueto client utilizzato dal giornalista nelle ore successive alla loro comparsa hanno subito attirato l'attenzione e i dubbi dei suoi follower.

Qualche giorno dopo, si pensa senza alcun collegamento con i cinguettii, le porte di uscita dalla sua prigionia gli sono state aperte per la seconda volta: già nel 2001, in Georgia, era stato rapito. A salvarlo da una fine peggiore, forse il fatto che nel 2000 si sia convertito all'Islam: nessun riscatto sarebbe d'altraparte stato pagato secondo quanto riferito dal Governo giapponese.

(da Punto-informatico, Claudio Tamburrino)

giovedì 15 luglio 2010

Ségolène Royal cita un personaggio inventato su Wikipedia

«Era una storia così bella...», è la addolorata frase di scuse. E in effetti vita e opere di Léon-Robert de L’Astran sembravano perfette per commemorare la giornata nazionale contro lo schiavismo, il 10 maggio scorso: secondo la voce su Wikipedia usata da Ségolène Royal per una appassionata nota su Facebook, Léon Robert de L’Astran, nato il 20 gennaio 1767 a La Rochelle e morto il 7 aprile 1861 nello stesso porto del Poitou-Charentes, fu un naturalista ed erudito che viaggiò spesso nelle Americhe, e una volta pure con La Fayette. Grande umanista e figlio di René-Charles de l’Astran-Rochambault-d’Hoyen, armatore che aveva fatto fortuna importando cacao dalla Guinea equatoriale, Léon Robert de L’Astran si oppose fermamente alla tratta degli schiavi e rifiutò di usare le navi ereditate dal padre per quel turpe scopo: cacao sì, esseri umani no.

Una storia bella, credibile perché ricca di dettagli, oltretutto radicata proprio nella regione del Poitou-Charentes presieduta dall’esponente socialista. Ma una storia completamente falsa. La Royal è finita vittima di una bufala su Internet, tradita da uno studente che nel 2007 ha creato su Wikipedia il personaggio di Léon Robert de L’Astran. Da allora il gioco del «taglia e incolla» ha portato il nostro nobile e inesistente eroe anche sul sito dei «Relais et Châteaux de France», l’associazione di alberghi che propone tuttora un suggestivo itinerario «route de l’Astran» nei dintorni de La Rochelle. Dopo la sortita della Royal, gli storici Jean-Louis Mahé e Jacques de Cauna sono però intervenuti per assicurare che in nessun atto amministrativo e in nessun registro c’è traccia di Léon Robert. Per la Royal una gaffe spiacevole, ma tutto sommato meno grave delle precedenti commesse — senza lo zampino di Internet — negli anni scorsi: tra le altre, una lode alla «rapidità» della giustizia cinese, leader in condanne a morte, e l’auspicio più o meno scherzoso che la Corsica dichiari l’indipendenza dalla Francia.

Con Léon Robert de L’Astran, si allunga la serie di trappole riuscite: dai giornali britannici che il giorno della morte del compositore Maurice Jarre copiarono da Wikipedia una «sua» frase inventata da uno studente irlandese, a Bernard-Henri Lévy, che ha citato in un libro l’inesistente filosofo Botul, al falso sito del leader serbo-bosniaco Karadzic nei panni di un guru new age, a Bruce Toussaint, conduttore della rete tv francese Canal+, che nel febbraio scorso diede con tono grave la notizia — inventata, ma lui non lo sapeva — che la Romania aveva sbagliato di qualche migliaio di chilometri l’invio di truppe in aiuto ai terremotati, per colpa di una T di troppo: Tahiti invece che Haiti.
(corriere.it)

giovedì 24 giugno 2010

Legge bavaglio: il 1 luglio manifestazione nazionale

"L’ultimo grido della moda-bavaglio è quello enunciato dal senatore Centaro a Lilli Gruber: il divieto di pubblicare intercettazioni è un favore fatto ai giornalisti, per incitarli a quelle belle inchieste di una volta, rinunciando al «copia e incolla» giudiziario che li avvilisce professionalmente. Insomma, lo fanno per il nostro bene, come dicevano un tempo i genitori maneschi tirando sberle.".
(da L'Unità: "Bavaglio? un favore ai giornali")

E intanto che ci tocca sentire queste cose possiamo iniziare a prepararci alla manifestazione che si terrà il 1° luglio a Roma. Si tratta di una grande mobilitazione per dire no al disegno di legge Alfano, che ostacola il lavoro di magistrati e giornalisti e rende i cittadini meno sicuri e informati.

Un’iniziativa a difesa della Costituzione, per dare voci ai tanti soggetti e temi che rischiano l’oscuramento.

L’appuntamento è per giovedì 1° luglio alle ore 17.00 a piazza Navona.

Il volantino è qui: http://www.nidil.cgil.it/files/20100701_Volantino_LibertaInfo.pdf

mercoledì 9 giugno 2010

Michele Santoro: si rendano pubblici gli stipendi Rai

“A chi e’ appassionato soltanto dei miei guadagni e non di quelli di altri della Rai, dico che e’ giusto che le retribuzioni vengano rese pubbliche e messe in rete”. Lo ha detto Michele Santoro [...] riferendosi cosi’ alle notizie circolate nelle scorse settimane sui contenuti di un possibile accordo tra lui e l’azienda. “I nostri stipendi non sono tutelati dalla privacy, e’ una balla quando vi dicono che non possono essere svelati i compensi, sono invece di interesse pubblico come ha detto anche il garante della privacy, e chiedo a Garimberti, e lo ricordo al ministro Brunetta, di renderli pubblici e cosi’ ne vedremo di belle”. Santoro ha anche detto: “io soldi della Rai non ne ho mai presi se non in una giusta proporzione, e in verita’ neanche tanta, rispetto ai soldi che io e il mio gruppo di lavoro abbiamo portato nelle casse di questa azienda. Ho lasciato Mediaset dove avevo un contratto a tempo indeterminato e dove guadagnavo piu’ del doppio che in Rai, ebbene da 11 anni a questa parte sono rimasto fermo nei compensi”. Infine, “il merito va premiato, va pagato”. (AGI)

giovedì 3 giugno 2010

Giornalisti freelance malpagati e ricattati

Articoli pagati 2,50 euro, forfait mensili di 50-100 euro; pezzi mai retribuiti, o pagati dopo un anno; collaborazioni che dopo un certo numero di articoli diventano a titolo gratuito o ricevano compensi drasticamente tagliati.
Sono fra "i dati della vergogna" come li ha definiti il segretario generale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, emersi dalla ricerca "Smascheriamo gli editori" presentata oggi a Roma.
La raccolta dei dati, che riguarda circa una sessantina di testate, fra cui molte nazionali, da La Repubblica a Libero, da Il Foglio a Il Manifesto, da agenzie come Ansa e Apcom, è stata possibile “grazie a circa 1000 giornalisti freelance, che hanno accettato di rispondere alla nostra richiesta, mandata per email a circa 4000 giornalisti professionisti, di rivelare le condizioni in cui lavorano”.

Iacopino e i politici intervenuti, il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni, i senatori Vincenzo Vita (Pd) e Elio Lannutti (Idv), Antonio Borghesi, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera e Silvano Moffa (Pdl), presidente della Commissione lavoro della Camera, hanno stigmatizzato come molti dei pagamenti iniqui vengano da testate che ricevono i contributi statali per l’editoria.
Per questo Lannutti e Moffa si sono detti pronti a lavorare a una proposta di legge "che stabilisca per le testate che ricevono contributi statali un livello obbligatorio di retribuzione adeguata e garanzie minime per i collaboratori".

Fra i casi più emblematici indicati nella ricerca, ci sono quelli de La voce della Romagna che paga un articolo 2 euro e 50 e il Nuovo Corriere di Firenze, che offre ai collaboratori forfait mensili da 50 a 100 euro. Ad entrambe le testate vanno contributi pubblici per oltre 2 milioni e mezzo di euro l’anno.
La Repubblica (che rientra nel contributo al Gruppo L’espresso-La Repubblica di oltre 16 milioni di euro), secondo le testimonianze raccolte, paga 30 euro un articolo di 5000-6000 battute.
Il Messaggero (circa un milione e mezzo di contributi) paga al massimo 27 euro ad articolo.
L’Ansa paga 5 euro per ogni lancio. L’Apcom offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l’evento assegnato non si realizzi.
Il Manifesto (oltre 5 milioni di contributi) non avrebbe pagato alcuno degli articoli scritti dal collaboratore interpellato "neanche per le aperture".
Il Sole 24 ore (oltre 19 milioni di contributi l’anno) paga 50 centesimi a riga.
Libero (5 milioni e 451 mila euro di contributi) dà 18 euro anche per un’apertura.

“I dati - dice il Vice Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enrico Paissan - sono parziali ma significativi. Mostrano che quello di giornalista freelance è uno dei lavori più precari e meno retribuito dell’intero Paese.
E’ una categoria sottoposta a ricatto quotidiano”.
(ANSA)

venerdì 14 maggio 2010

Facebook e giornali on line: alleati o rivali?

I social media si stanno diffondendo a scapito dell’editoria on line oppure no?
I numeri sembrano suggerire una risposta positiva. Vediamoli, anche se il discorso è complesso e non può essere interpretato solo in termini quantitativi.
“In Italia il 79% degli utenti di Internet (cioè 19,2 milioni di persone) frequenta i social network e ci passa in media sei ore al mese, mentre solo il 58% legge le news on line, attività che assorbe solo qualche minuto.
Ancora più impressionanti i numeri relativi agli Stati Uniti, citati da Enrico Pedemonte. […] Negli ultimi 40 anni, mentre la popolazione statunitense è aumentata del 50%, la diffusione dei giornali è calata del 30%; i giovani poi non leggono quasi più: solo il 30% sfoglia ancora un quotidiano. Non va meglio la raccolta pubblicitaria, regredita nel 2009 ai livelli del 1985.
Ma i veri nemici dei giornali […] sono, più che i social network, altre realtà on line, come Craigslist, Monster, Autotrader: siti che assorbono gran parte dei piccoli annunci, una delle più importanti fonti di ricavo dei quotidiani, in particolare quelli locali. La torta pubblicitaria si sposta verso i motori di ricerca, gli aggregatori di news, i social network, i blog. Ma è difficile sostenere […] che Facebook rubi la pubblicità ai giornali, visto che il 44% degli utenti usa il social network per scambiarsi le notizie. Resta il fatto che Facebook negli Stati Uniti è frequentato in media per 7 ore al mese, mentre il sito del New York Times per soli 20 minuti. Il vero problema […] è che mentre declina l’attività dei giornali su carta, l’editoria on line non ha ancora trovato un modello di business veramente sostenibile”. (Prima Comunicazione, n. 405, Aprile 2010)
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...